è sempre più facile credere a ciò di cui sei già convinto, che non cambiare idea.” – Una vita come tante, Hanya Yanagihara.

Come vi ho già detto qui, ho iniziato l’anno leggendo “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara, messo dal booktok al primo posto tra i libri che fanno piangere.

Tradotto da Luca Briasco ed edito da Sellerio, sono ben 1094 pagine in cui seguiamo la vita di quattro ragazzi new yorkesi dal college fino alla mezza età e tutte le loro esperienze di vita collegate. In realtà, il protagonista è solo uno, Jude St. Francis, intorno a cui ruotano gli altre tre, quasi fossero delle falene attratte dalla luce. Willem, Jb e Malcom sono i suoi amici, i suoi compagni fidati, di cui seguiremo le orme durante tutto il romanzo ma sempre in relazione a Jude, mai slegati. E questa è forse la prima cosa importante da sapere su questo libro. (ATTENZIONE: da qui in avanti spoiler del libro, e argomenti delicati come autolesionismo, depressione, abusi sessuali e prostituzione minorile.)

I tre amici, infatti, hanno una cura particolare per Jude, e non è dovuto solo alle sue (decisamente precarie ) condizioni di salute: a causa di un incidente, infatti, è zoppicante e ha dolori cronici, pur non identificandosi come disabile fino ad oltre la metà del libro, indossa sempre le maniche lunghe, ed è un autolesionista, pur cercando di tenerlo nascosto al prossimo per quanto può tenere nascosto l’enormità di ciò che si procura da solo.

Ma oltre a questo, c’è molto di più: Jude cucina, pulisce, è uno studente di giurisprudenza particolarmente brillante, ama la matematica e la musica ed è affamato di vita, di riscatto. Orfano di entrambi i genitori, viene cresciuto in un monastero da frati i cui metodi educativi sono fermi alle punizioni corporali (quando va bene) e da cui scappa insieme a Fratello Luke, che lo introdurrà alla prostituzione e che gli farà da “protettore” per diversi anni, fino all’adolescenza. Jude verrà liberato dalla Polizia ma in orfanotrofio riprenderanno gli abusi e, nel tentativo di scappare, verrà preso su da un medico che è praticamente un serial killer e finirà per investirlo provocandogli le ferite che lo porteranno a zoppicare per tutta la vita.

Jude St. Franci nello spettacolo teatrale tratto dal libro.

Possiamo decisamente affermare che le premesse per una vita terribile ci siano tutte, e sembra assurdo che tutto ciò possa capitare a una persona sola (ma vi assicuro che è possibile ed è proprio questo a renderlo ancora più tragico. Vi consiglio la visione di “Aguzzini in casa” su Netflix per uno spaccato di realtà su questo tema.) ma di nuovo, la storia non si ferma qui.

Jude è affamato di vita, di riscatto e di felicità e lavorerà sodo per averle, nonostante il suo passato continui a dirgli che non si merita nulla di tutto quello e contro cui lui lotta per non credere.

Ed è proprio questo uno dei nodi principali del romanzo, uno dei (tanti) motivi per cui Yanagihara viene criticata: può una persona così “rotta” aggiustarsi? E siamo nel mondo moderno, quindi Jude fa un tentativo anche con la terapia ma non funzionerà, non fino a che non sarà lui a decidere di parlare e anche lì non sarà abbastanza.

La risposta, per Yanagihara, è no, e facciamo fatica a darle torto dopo gli eventi dell’ultimo capito, eppure questo non le impedisce di regalarci un finale bellissimo e allo stesso tempo straziante. Perché è questa la vera magia di questo libro, ed è questo che fa si che, a mio parere, non sia mera pornografia del dolore: Yanagihara sa scrivere ed emozionare e Jude si svela pian piano, come una sorta di ostrica in cui dentro non c’è la perla ma un sasso (almeno secondo lui, che si definisce una serie di brutte sorprese.), facendoci soffrire insieme a lui. E poi, proprio quando pensi che la sofferenza sia troppa, che non sia possibile andare oltre, c’è la bellezza la felicità quotidiana che irrompe e ti fa dire che in fondo, si, c’è ancora speranza.

Allo stesso tempo, però, capisco chi parla di pornografia del dolore: Yanagihara non ama i suoi personaggi, e sembra che goda nel concedere ai suoi personaggi (e al povero Jude) la felicità più pura solo per poi togliergliela il capitolo dopo, e se aggiungerea questo il fatto che la signora autrice sa scrivere molto bene, in alcuni punti del libro arrivi ad aver bisogno di una pausa dalla quantità di male che riesce a farti. Ma, nonostante questo, non c’è mai voyerismo nel raccontare gli abusi subiti da Jude o nel parlarci dei suoi dolori, della sua malattia (a causa del suo prostituirsi soffre di una malattia venerea ricorrente, ma anche di questo se ne parla pochissimo nel romanzo) e non esagera mai entrando troppo nel dettaglio ma si ferma lì, sulla soglia, a mostrarci le macerie che compongono St. Francis per poi spostarle e darci la bellezza estrema.

Come dicono nel romanzo Willem e Jude : “But being with you is like being in this fantastic landscape,’ he continuous slowly. ‘You think it’s one thing, a forest, and then suddenly it changes, and it’s a meadow, or a jungle, or cliffs, or ice. And they are all beautiful, but they’re strange as well, and you don’t have a map, and you don’t understand how you got from one terrain to the next so abruptly, and you don’t know when the next transition will arrive, and you don’t have any of the equipment you need. And so you keep walking through, and trying to adjust as you go, but you don’t really know what you’re doing, and often you make mistakes, bad mistakes. That’s sometimes what it feels like.’
They’re silent. ‘So basically,’ Jude says at last, ‘basically you’re saying I’m New Zealand.”

Che cosa ci resta quindi, di questo libro, se togliamo l’enorme dolore? Nient altro che la semplice cronaca di una vita, poco felice forse, ma pur sempre una vita come tante, con il suo bagaglio di emozioni e alti e bassi, raccontata divinamente da una scrittrice che sì, ha rilasciato dichiarazioni problematiche sull’efficacia della terapia psicologica (e infatti..) ma che sa fare decisamente bene il suo lavoro e che vale sempre la pena di essere letta. (ma se prendete il libro in biblioteca è meglio)

Quindi sì, “Una vita come tante” mi è piaciuto, e anche tanto, ma consiglio sempre prudenza quando ci si approccia alla sua lettura perché non è un libro da prendere alla leggera.

Spero che questo mio parlare a vanvera vi sia piaciuto, e vi do appuntamento alla prossima settimana con un nuovo post.

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