Mi sono resa conto che ultimamente sto leggendo un sacco di libri/fumetti con personaggi ricollegabili al mondo dei demoni. Iniziando da Sandman con il suo intramontabile Lucifero quasi Miltoniano, passando per Devilman (leggetelo che il cartone è un’altra cosa) e, perché no, anche Sorcery of Thorns con il mio amato Silas e le Notti di Cliffmouth scritto da Mattia Manfredonia che sto leggendo per il GDL di Spaghetti Fantasy (se volete saperne di più, vi rimando al loro account instagram).
Ora però, dobbiamo fare un pochino di ordine e inquadrare i nostri diavoletti, anche se l’unico Diavolo con la D maiuscola qui è Lucifero, detto Lucifer. Chi ha letto Sandman sa che il nostro amico a un certo punto prende una decisione… radicale, ecco, ma molto in character con il Lucifero di Milton e, mentre esegue le azioni che comportano questa decisione, parla con Morfeo, il Signore dei Sogni (che è all’Inferno per un motivo, ma voi leggete il fumetto che sennò mi dite che vi faccio spoiler) del suo rapporto con gli umani. Il Lucifero di Gaiman è un Lucifero stanco della sua vita immortale, in cui ogni giorno è uguale all’altro, dove, per sua stessa ammissione, c’è solamente una cosa che gli manca e che non potrà mai avere ed è Dio.

Nel parte finale de “La Stagione delle Nebbie” di Sandaman, Lucifero si lamenta perché gli diamo colpe che non ha “Il Diavolo me l’ha fatto fare” diciamo sempre noi umani, giusto? Ma il Signore dell’Inferno specifica che lui non ha mai obbligato nessuno a fare nulla e che le nostre anime appartengono solo ed esclusivamente a noi stessi. (Dannazione, aggiungo io, per rimanere in tema.) Uscito dall’Inferno, compirà un gesto radicale, che lo separerà dal suo essere demoniaco per avvicinarlo, forse all’uomo, o forse solo a ciò che vuole essere in quello che è probabilmente il suo unico modo per esistere al di fuori dell’incarico a cui è predestinato.
E dopo Lucifero, Devilman, l’ uomo diavolo per eccellenza disegnato e scritto da Go Nagai ed uscito in Giappone nei primi anni ’70.
Partendo dalla Divina Commedia e da Gustave Dòre, troviamo un ragazzo, Akira Fudo, che si impossessa del corpo di un demone (attenzione: è l’umano che prende il demone e non viceversa, come succede spesso) per salvare l’umanità dai demoni stessi. Procedendo con il fumetto, però, l’umanità sprofonda nel caos e inizia a mostrarsi in tutto il suo squallore, tanto da portarlo a chiedersi se ne è valsa la pena sacrificarsi così. Per saperlo vi invito ovviamente a leggere il fumetto, ma intanto godetevi la vignetta qui sotto.

Su un registro decisamente meno cruento ma non per questo meno interessante troviamo Silas di Sorcery of Thorns, delizioso libro fantasy Young Adults con biblioteche incantate, demoni servitori di famiglia. Protagonisti del tutto una adorabile fanciulla (Elisabeth Scriven) che agita pericolosamente una spada per difendere sé stessa e tutto ciò in cui crede, accompagnata da un mago (Nathaniel Thorns ) sarcastico, dal passato famigliare poco felice, e da Silas, appunto, il suo demone servitore. Silas per Nathaniel è più di un mero servitore, tanto che l’altro rifiuta di ordinargli qualunque cosa: è un rapporto di amicizia/paterno, paragonabile a ciò che è Alfred per Batman, ma nel mondo di Nathaniel i demoni si legano ai maghi per ottenere degli anni di vita in cambio, che mangeranno con gusto una volta raggiunto il termine del contratto per tornare nel loro mondo fino alla prossima evocazione, come Silas ama ricordarci ogni volta che qualcuno tende a umanizzarlo troppo.
Ma Silas è un demone inusuale: estremamente, ex servitore di Re e Imperatori e legato a casa Thorns da secoli, è praticamente immortale eppure questa lunghissima vita non sembra appassionarlo poi molto, viste le scelte che compie nel libro. Come possiamo dargli torto, dopotutto, visto che tutto cambia intorno a lui e gli uomini non sono altro che falene al suo cospetto? Con Nathaniel però, Silas ottiene ciò che anche Bartimeus de “L’amuleto di Samarcanda” ottiene dal suo padrone Salomone: il poter essere trattato come persona e non solo come semplice servitore, tanto da condizionare le sue scelte nel corso del libro, mostrandoci come un demone può essere più umano degli umani stessi.

Decisamente diversi da chi li ha preceduti sono invece i demoni de “Le notti di Cliffmouth”, di cui sono arrivata alla parte 5 ma che prometto di recensire in un post dedicato appena l’avrò terminato. Se da un lato abbiamo delle presenze oscure e spaventose che infestano la cittadina, dall’altro troviamo Greta, cameriera alla Bruma Smeralda con sangue demoniaco nelle vene e che nonostante il suo aspetto è ben determinata ad aiutare il prossimo, Karjack, orco dall’ impiego quanto mai inusuale per uno della sua specie visto che solca i mari in compagnia di uno gnomo, che insieme ad Edward il cocchiere e alla Dama del Cordoglio Hazebelle ci porteranno ad interrogarci sulla natura del demonio e ad aprire per davvero gli occhi sulla realtà che ci circonda, fino a chiederci se sia davvero così terribile farsi un giretto all’Inferno.

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