Come ormai avrete capito il piano editoriale di questo blog è interamente collegato alla mia ossessione del momento, che ora è Ted Lasso, serie tv disponibile su Apple tv da tre stagioni (l’ultima è iniziata adesso, le puntate escono una volta alla settimana il mercoledì) e che consiglio di recuperare il prima possibile.
Questo piccolo gioiellino di risate, lacrime e tanto altro, segue le vicende di una squadra di calcio inglese ( a me piace pensarlo come l’ equivalente del Toro o altre squadre meno blasonate delle solite, tifosi seri non linciatemi) in cui viene assunto come allenatore Ted Lasso. Ted viene dal Kansas, sembra un cosplayer di Ned Flanders, per citare una sua battuta neella serie, e non sa nulla di calcio. Ha sempre allenato solo football con risultati sorprendenti (una sorta di allenatore alla Last Chance U, serie di documentari che trovate su Netflix e che vi consiglio di recuperare, dove squadre underdog di Junior College arrivano ad avere risultati sorprendenti con allenatori abbastanza improbabili.) e si ritrova catapultato insieme al suo vice, coach Beard, a Londra, a cercare di portare una squadra sfasciata, senza un leader e piena di prime donne, a vincere il campionato.

“Believe” è la parola con cui Ted inizia la sua avventura al Richmond, ed è quello che chiede Ted ai giocatori: un atto di fede, la promessa che se gli crederanno tutto sarà possibile. E Ted Lasso, stagione dopo stagione, la mantiene la sua promessa, portandoci con lui sulle montagne russe di una delle evoluzioni di personaggio tra le più belle che abbia mai visto; perché esattamente come Ned Flanders, che a mio parere è uno dei personaggi meglio riusciti dei Simpson, Ted Lasso saprà stupirvi quando meno ve lo aspettate, con un picco altissimo che raggiunge nella seconda stagione dove entrerà in campo anche la psicologa della squadra. Niente romance, ve lo anticipo, ma un discorso serissimo che vi farà prima morire dal ridere e poi piangere tutte le vostre lacrime, sull’importanza della terapia e su quanto sia difficile iniziarla, anche quando ne hai disperatamente bisogno.
Al suo fianco in questa missione (o contro di lui, a seconda della stagione) Rebecca, la proprietaria del club, Roy Kent, vecchia gloria del calcio ormai destinato a vivere della luce riflessa del suo passato (se vi piacciono i personaggi tsundere lui è LO stundere per eccellenza. E ha persino una canzone dedicata a lui, la trovate qui insieme a un piccolo riassunto spoiler free della prima stagione.), Jaime, l’astro nascente pieno tutta l’arroganza che può avere una giovane promessa della serie A e Nat, tuttofare e magazziniere che ha forse l’arco evolutivo più bello e triste tra tutti i personaggi. (NO, NON è VERO SONO TUTTI BELLISSIMI)

Se decidete di approcciarvi a Ted Lasso, e io vi consiglio caldamente di farlo, dovete tenere a mente che questa serie è che non è solo sul calcio. Se ne parla, sì, dopotutto è ambientata nel mondo del calcio professionistico, ma ha una capacità di toccare argomenti come la salute mentale, l’amore, il lutto, l’affidarsi al prossimo, l’importanza delle proprie radici e del mantenere saldi i propri principi, solo per citare i più evidenti che risulta godibile anche da chi, come me, non ha mai giocato a questo sport. (però ho un ex fidanzato fissato con il Toro, quindi sapevo tutto, conta?)
Perché ve ne parlo io, però? Beh, perché è una serie bellissima, ovviamente. E perché tutte e tre le stagioni sono collegate da questo filo rosso che può sembrare un cliché delle serie sullo sport ma in cui io credo molto: l’importanza di ricordarsi perché si è lì, a correre in mutande dietro una palla (stipendio escluso, certo), che è pur sempre solo un gioco, e quando si gioca bisogna divertirsi.
Come avete letto qui, ho fatto arti marziali per parecchi anni. Il kendo é stato (è, visto che il mio compagno pratica ancora) la mia famiglia, quella che ti scegli, a cui ti aggrappi quando stai crescendo e quella biologica non basta più e ti serve cambiare aria. Nel mio caso letteralmente, visto che passavo più tempo in palestra o in giro con i miei compagni di palestra per gare, seminari e allenamenti della nazionale che a casa con i miei genitori (scusa, mamma).
Ho praticato più o meno dai 22 ai 34 anni, fino a che non è arrivata mi figlia e quella che doveva essere una pausa maternità si è trasformato in uno stop a tempo indefinito, dopo qualche vago tentativo di rientrare non andato proprio benissimo . Può sembrare strano dopo ciò che ho scritto sopra, e sarebbe bello poter dare la colpa alla genitorialità, al lavoro e ad un sacco di altre cose, ma la verità è che non sono stata in grado di accettare il mio cambiamento post gravidanza, fisico e mentale.

Non sono per nulla portata per lo sport (non per questo almeno), tendo ad essere molto scoordinata e a lasciarmi troppo trasportate dalle emozioni rendendomi un bersaglio perfetto negli incontri per chi, invece, sapeva come tenere la mente a posto e portare a casa il risultato. Quindi, fino a che non mi sono messa di buona volontà a lavorare su ogni singolo aspetto, dal corpo alla mente, del mio Kendo, non ho mai ottenuto molto a livello di risultati, salvo un sacco di frustrazione che non sapevo bene come gestire se non continuando a fare ciò che già facevo, finendo in un loop molto poco sano.
Quando ho iniziato ad affrontare questa cosa seriamente (si ci ho messo un pochino a realizzare, ma qui funziona che più una cosa stà a cuore e meno verrà presa sul serio, questo per seguire la sacra formula del ” E SE POI TE NE PENTI?” ) cercando di concentrarmi su ciò che facevo, di non lasciare che le emozioni prendessero il sopravvento e soprattutto ad agganciare quella c***o di gamba che atterra con la punta della spada che colpisce. Non essendo per nulla portata, ho faticato il triplo dei miei compagni baciati dal dio della coordinazione e dell’intelligenza sportiva (esiste? non lo so, ma se esistesse la dislessia sportiva io ne sarei sicuramente portatrice) e ammetto che non è sempre stato facile, perché poi altri sport sanno essere spietati come il Kendo, ma ne è valsa la pena. Ora, non sono certo arrivata prima ai campionati italiani, ma almeno mi sembrava di capire cosa stessi facendo e avevo il mio posto nel mondo, ecco!

Quando sono rientrata dopo la gravidanza, però, la sensazione di sapere cosa stessi facendo non c’era più, tanto che a volte mi sembrava quasi che il mio corpo non seguisse gli imput inviati dal cervello e, cosa forse più grave, non riuscivo a trovare la motivazione per riprendere il lavoro che avevo fatto su di me dove l’avevo lasciato. Per essere precisi, ricordo esattamente il momento in cui il mio cervello si chiese se valesse la pena ammazzarsi di fatica per due ore a settimana su una cosa che non sarei mai stata in grado di riportare al livello che avevo lasciato, oltre dover anche affrontare ciò che quotidianamente la vita da adulti di chiede.
“Ma io veramente facevo questa cosa per divertirmi?” mi sono chiesta, incredula, mentre uscivo alle 20 (che per i miei standard odierni è praticamente mezzanotte) per andare in palestra, da cui ne sarei uscita minimo alle 23, piena di acido lattico e assonnata.
Perché vi parlo del Kendo e cosa c’entra con Ted Lasso? Per questo motivo : Roy Kent: l’ ex ragazzo d’oro del Chelsea retrocesso a vecchia gloria, ha vinto la Champions League con il prestigioso club parecchi anni prima e da allora vive di quella luce riflessa capitanando il Richmond. Parlando con Ted della sua ultima stagione proprio al Chelsea, confessa che alla prima partita aveva iniziato a pensare di essere troppo vecchio e che non sarebbe più riuscito a tenere il ritmo, finendo così per auto-condizionare le sue prestazioni dell’intera stagione fino a portarlo ad annunciare il ritiro dal Chelsea a fine anno, lasciando club e tifosi letteralmente di stucco. Roy si chiede come sarebbe andata se, al posto di preoccuparsi così tanto delle sue prestazioni, avesse pensato di più a divertirsi e ammetto che, nel mio piccolo, mi sono chiesta la stessa cosa.

Cosa sarebbe successo se, al posto di preoccuparmi tanto del mio corpo che non rispondeva, mi fossi goduta il ritrovare gli amici di sempre o anche solo il passare un paio d’ore fuori casa, senza preoccuparmi di figlia (mission impossibile!)? Se avessi seguito l’esempio di Amò (per chi non lo conoscesse, è il nome con cui qui ogni tanto si parla del mio compagno. Si, è un personaggio ricorrente, memorizzatelo), che va in palestra solo quando i turni del lavoro glielo concedono e continua comunque a godersi l’allenamento di kendo, anche se non pratica più tanto come in passato, come un momento tra amici?
Ma, esattamente come Roy, non sono quel tipo di persona, almeno non su questo, anche se forse mi piacerebbe poter esserlo, ma c’è un limite a quanto ci si possa evolvere e questo vale per tutti, personaggi di finzione e reali.
Mie storie di kendo a parte, Ted Lasso merita davvero la vostra attenzione e spero che lo guardiate così da parlarne poi insieme; io vi do appuntamento al prossimo post dove parleremo di cose serie come libri e fumetti, nel mentre potete passare a trovarmi su Instagram, Tumbr o Twitter se vi fa piacere.
Lascia un commento