Al sesto giorno di servizio dall’ apparizione dei fatati, Zefiro iniziava a provare sentimenti contrastanti verso quel buco a cui doveva fare la guardia.

Da un lato, si trattava di un mero buco da cui continuavano a spuntare cose, talmente assurde che ormai non si stupiva più di nulla.

Dall’altro, l’essere di nome Ostro era sempre lì, ad aspettarlo sorridente, e stava iniziando ad piacergli quel suo modo di parlare strano abbinato a quella faccia affascinante. Grazie a Ostro aveva scoperto un sacco di cose sui fatati, che si era ben guardato da condividere con Matteo.

La cosa che lo affascinava di più di Ostro erano sicuramente le sue ali, che quando erano a riposo si amalgamavano totalmente con la sua schiena, diventando invisibili. A volte si ritrovava a pensarci molto più di quanto sarebbe stato saggio, e inevitabilmente finiva ad arrossire da solo come un ragazzino.

Anche dal tendone dove i negoziati stavano proseguendo senza sosta arrivavano dei segnali incoraggianti: ufficialmente le creature fatate avevano negato qualsiasi responsabilità nell’apparizione della bolla, anzi, anche loro dichiaravano di esserne vittime, e si erano offerte di  aiutare ad alleviare i disagi causati dal blocco, andando incontro alle richieste degli umani, senza battere ciglio.

In diverse zone del quartiere erano stati allestiti dei P.A.D.P. “Punti di Ascolto per Desideri Primari”: chiunque avesse una necessità impellente, comprovata da opportuna documentazione, poteva fare richiesta per farsi aiutare dai fatati con la magia. Diverse persone, tra cui i panettieri della zona rimasti senza scorte di farina, avevano assistito a quei piccoli miracoli e questo aveva contribuito a rendere i nuovi arrivati molto più benvoluti.

Nell’aria si respirava un sentore di novità, ben diverso dallo scoraggiamento che si percepiva i primi giorni, e molti avevano ricominciato a parlare del Natale e dei festeggiamenti incombenti.

“Oh, qualcuno continua a tenere l’orecchino!” lo canzonò Luca, vedendolo prendere servizio con il basco sotto il braccio.

La mano di Zefiro corse all’orecchio sinistro, dove il brillantino splendeva sotto il pallido sole invernale: di solito lo toglieva sempre quando prendeva servizio, ma da un paio di giorni gli sembrava che in fondo non fosse più necessario. Era bello, avere qualcosa di diverso dagli altri, anche se non era previsto dal regolamento.

Un picchetto di Mantidi, riconoscibili per l’armatura verde, si avvicinò a loro: i capi di entrambe le fazioni avevano deciso per una collaborazione tra le diverse specie durante i turni di sorveglianza, un’enorme cambiamento rispetto a pochi giorni prima, quando il mandato era di tenersene  alla larga il più possibile, e i due gruppi si mescolavano volentieri.

Zefiro si mise di fianco a Ostro, soffiando sulle mani per allontanare il freddo. Guardò l’altro con la coda dell’occhio, speranzoso di avere una scusa per attaccare bottone. Un vociare poco lontano lo riportò al dovere: un gruppo di contestatori si stava avvicinando, e non sembravano avere intenzioni piacevoli.

Lui e Luca si mossero automaticamente per andargli incontro. “Autorizzazione, grazie”ordinò il collega a quelli che sembravano i capetti del piccolo gruppo.

Zefiro fece scorrere lo sguardo sui nuovi arrivati: molti li conosceva di vista, erano tiratardi, buoni a nulla del quartiere e piantagrane. Probabilmente non li avrebbe degnati di un secondo sguardo se non fosse stato per la faccia di Matteo in mezzo al gruppo.

Sperò che fosse li solo per raccogliere informazioni e non creare casini come qualche giorno prima, e decise di non prestargli troppa attenzione, tornando ad occuparsi del resto del gruppo.

“Non abbiamo bisogno di nessuna autorizzazione per difendere la nostra zona!”

Fu solo un secondo, come un sassolino che inizia a rotolare e si trascina giù un versante intero della montagna: i toni si scaldarono in fretta e in pochi secondi i manifestanti iniziarono a spingere contro il cordone creato dalle forze dell’ordine, cercando di forzare il blocco per avvicinarsi al buco.

Zefiro si fece largo a spintoni , cercando di raggiungere Matteo prima che fosse troppo tardi. Lo abbrancò al volo, tirandolo via dal colletto.

Il giornalista si liberò con uno strattone: “mollami Zef’!”

“che cazzo pensi di fare?”

“Giustizia, ecco cosa faccio. Non sono le entità benevole che tutti pensano, è tutto un complotto per prendere il comando!”

Zefiro lo guardò bene in faccia: nel giro di 24 ore, era cambiato radicalmente, sfoggiando occhiaie notevoli e un livido viola sulla fronte. Aveva lo sguardo di un folle.

“Credo che tu abbia bisogno di dormire. E di farti una doccia. Matte, davvero, levati di qui, rischia di essere pericoloso!”

“Devi ascoltarmi, almeno tu!” Riprese Matteo, stringendogli con forza le braccia.

Un frullare di ali alle sue spalle li interruppe: Ostro era atterrato con i pugnali snudati, le doppie ali trasparenti bene aperte dietro la schiena. Intorno a loro, i contestatori si stavano dando alla fuga lasciandosi dietro esplosioni di petardi e bottiglie spaccate.

“Lascialo” ordinò la Mantide, con una voce profonda e inquietante che Zefiro non gli aveva sentito mai usare prima.

“É tutto a posto, adesso si calma” cercò di mediare Zefiro, ma Matteo si intromise con gli occhi iniettati di sangue.

“Cosa pensate di fare, eh? Di prenderci come se nulla fosse, credete che ci lasceremo conquistare senza battere ciglio?”

Le mani di Ostro si mossero velocemente: da un sacchetto che portava alla cintura estrasse qualcosa di simile a dei semi che soffiò in faccia al giornalista impazzito.

“La prossima volta userò le mie lame” sibilò Ostro, chinandosi sul giornalista che stava perdendo i sensi tra le braccia di Zefiro.

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Una replica a “Le 24 giornate prima di Natale : 6 Dicembre.”

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