Questo titolo stazionava sullo scaffale della mia libreria da qualche mese, ma è caduto vittima di una della sindrome del “ma si, tanto lo conosco”, ovvero quel bias per cui ne conosco la storia, ho visto diversi adattamenti, ma mi manca l’opera originale e non ne possiamo una conoscenza diretta.

Sono felice di aver rimediato: non solo è un bel libro ma come sempre accade, l’edizione di Abeditore gli ha reso giustizia, con una cura fin nei minimi dettagli. Io l’ ho acquistato al Salone del Libro 2024 (l’ho detto che stava li da tanto, oltre al fatto che questo articolo doveva uscire circa un anno fa) e insieme al libro ho trovato il biglietto per la prima di “Faust” ed un articolo di giornale dell’epoca che parla di Christine. All’interno del volume ci sono le illustrazioni originali dell’epoca, mentre la copertina è nuova ma in linea con tutto il resto.

É stata una lettura inaspettata: con uno stile che vuole replicare un saggio breve, o forse più una testimonianza della (finta) realtà della storia, di quello che succede nel teatro dell’Opéra unendo finzione alla finzione. Il teatro, e a maggior ragione quello lirico, non sono nuovi a inganni e artifici, ancor di più nel 1880, quando il libro è ambientato, e il volerne scrivere come se fosse un libro di non-fiction dandogli quindi una realtà solida ma fittizia si presta bene al tema presentato.

Chiaramente, è un libro scritto nel 1910, con la prosa del 1910, quindi il primo che si mette a giudicarlo secondo il gusto moderno verrà da me giudicato secondo le modalità del Ancien Régime, ciò nonostante emoziona e cattura come il thriller più recente. Siccome la trama la conosciamo tutti e tutte, oggi vorrei concentrami di più sul discorso “leggere i classici nel 2025”.

Ma che cos’è un classico, oltre alla sua data di pubblicazione? Secondo Calvino, che è decisamente più autorevole di me, un classico è ” ogni libro che stimola un atteggiamento personale critico, che provoca discorsi critici ma che continuamente sappia liberarsene.” (fonte: Wikipedia) A me Calvino è sempre piaciuto, e mi piace la sua visione, che ci libera dal vincolo dell’età di scrittura, dandoci anche un motivo più che valido per continuare a leggere “roba vecchia” come la chiamavo io da giovane.

Come lettori, possiamo spaziare di più e meglio se abbiamo più strumenti a nostra disposizione per capire ciò che stiamo leggendo: in questo i libri “classici” possono aiutarci, perché ci obbligano a sforzarci di capire un linguaggio che non è il nostro, a viaggiare in tempi diversi, con altri modi e usanze lontane dal nostro quotidiano, e a contestualizzare il tutto in un mondo che non ci appartiene.

Io penso che mai come in questo momento storico abbiamo bisogno di allargare i nostri orizzonti e restituire complessità a tutto, anche a costo di uscire dalla nostra comfort zone e spaccarci la testa sull’Ulisse di Joyce, perché potremmo scoprire che in realtà è il libro che ci entrerà per sempre nel cuore.* Oppure no, e andrà bene comunque, perché comunque avremo aperto uno spiraglio per far entrare qualcosa di nuovo.

Insomma, da vecchia signora quale sono, ritengo che l’operato di Abeditore, che riporta sui nostri scaffali libri classici con edizioni da urlo ma sempre abbordabili per le mie povere tasche (particolare non indifferente questo), sia da preservare e diffondere, perché ci apre orizzonti a cui difficilmente ci avvicineremmo in autonomia. Quindi grazie, per tutto il lavoro che fate e per continuare a diffondere “il classico” anche nella modernità.

* questo discorso non si applica a D’annunzio in quando l’autrice del post ha una sua personale battaglia in corso contro di lui. In realtà non si applica neanche a Joyce, e a Dostoevskij, ma se voi volete cimentarvi avrete la mia stima eterna. Scusate, sono donna di contraddizioni.

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