La Festa dell’ Immacolata segnò una pausa di qualche giorno nelle negoziazioni tra fatati e umani, alleggerendo finalmente un poco il carico di lavoro delle forze dell’ordine.
Non che avessero molto da fare: non dovevano più presidiare supermercati, farmacie e benzinai, perché chiunque aveva bisogno di qualcosa poteva chiederlo al primo presidio fatato in cui gli esseri magici esaudivano i desideri.
C’erano delle regole, ovviamente, ma i cittadini ci si erano piegati volentieri, quasi sollevati: non erano previste resurrezioni o guarigioni miracolose, né era possibile ritrovarsi improvvisamente miliardari. Veniva esaudito solo ciò che serviva per la sopravvivenza, e se non si esagerava, anche qualcosina in più. Il di più era pagamento, ovviamente, e andava saldato non in denaro contante ma a seconda dell’accordo fatto con l’essere magico responsabile della realizzazione del desiderio.
C’era chi si faceva retribuire con una lacrima, altri con un ricordo ormai dimenticato, ma mai del tutto. Nessuno si ritrovò senza anima o ad essere improvvisamente posseduto, segno che forse, alcune storie erano davvero solo storie e forse c’era ancora un limite a ciò che sarebbe diventato realtà.
Per cercare di tirare sù la popolazione, il Consiglio Circoscrizionale aveva organizzato una festa, aperta a tutta la cittadinanza e ai fatati per le vie del quartiere. Le forze dell’ordine, umane e non, erano state invitate a una festa a loro riservata, che si sarebbe tenuta lungo la Spina Reale, una lunga passeggiata che per l’occasione era stata trasformata in una specie di foresta incantata, con neve magica che riscaldava l’ambiente e impediva a tutti di congelarsi e cristalli sospesi per aria ad illuminare il percorso.
Zefiro entrò alla festa insieme a Luca: si muovevano con la bocca aperta, sbattendo a destra e sinistra come falene incantate da una luce. Dove prima c’erano stati i mattoni, ora vedevano solo erba e foglie lussureggianti ricoperte di neve, con i cristalli sospesi per aria a illuminare il percorso da percorrere. Qua e là, farfalle incantate volteggiavano tra fiori di cristallo, profumati come fossero stati veri.
Al centro di una radura, circondata da chi ormai aveva imparato a identificare come la sua corte, Zefiro vide la figura velata che aveva visto nel video. Lì vicino, le cariche istituzionali rimaste dentro la bolla, come i suoi capi e i membri della circoscrizione, chiacchieravano liberamente con l’ elité fatata, coloro che si facevano chiamare Duchi.
Pochi minuti dopo il loro arrivo, la figura velata fece un mezzo passo avanti, sorretta per la mano guantata di bianco da un fatato con i capelli ondulati. Un silenzio innaturale calò immediatamente sulla foresta incantata.
Un fatato dai capelli ondulati fece un passo avanti: “Udite, udite. La Sibilla deve parlare!”
“Miei cari figli” esordì la Sibilla, e fu come sentire due voci insieme, una tranquilla e armoniosa e la seconda cupa e minacciosa “siate i benvenuti in questa serata di festa. I vostri capi sono qui con noi, e ci delizieranno con parole di amicizia e incoraggiamento.”
Presero la parola gli umani, e Zefiro smise di ascoltarli: Ostro gli si era avvicinato alle spalle, e aveva intrecciato una mano con la sua, avvolgendolo nel suo profumo di erba e fiori di campo.
“Vieni con me” gli sussurrò all’orecchio, allontanandolo dalla folla.
“Tutto questo è bellissimo” commentò Zefiro, mentre seguiva la Mantide per la foresta incantata: non era tanto che ci fosse un tappeto erboso dove prima c’erano a mattoni, a stupirlo, ma il fatto che la natura si inserisse perfettamente nell’architettura urbana, diventando parte di essa come se fosse sempre stato cosi.
“Come avete fatto a ….”
“Vuoi vedere? Così!” gli rispose Ostro e gli lasciò la mano per appoggiarla per terra: un tappeto di fiori gialli, dall’aspetto simile a delle lanterne, germogliò davanti a lui. Ostro ne raccolse una e la porse a Zefiro. “tieni, per te”
Il poliziotto arrossi, annusando il fiore: non ne aveva mai visti di quel tipo, che ricordavano forse più un fungo di un classico fiore di campo, eppure lo trovava bellissimo.
“L’altro giorno hai usato qualcosa, per mettere giù Matteo.”
“Semi. Se ho poca natura intorno i miei poteri non sono cosi forti come a casa, ma i semi aiutano. Come i pugnali”
“Sono tutti come te, li sotto?”
“Hanno tutti i capelli come i tuoi, a casa tua?”
Zefiro scoppiò a ridere, mentre una mano saliva alla guancia del fatato per accarezzarla: aveva zigomi alti e ben definiti, gli occhi stranamente allungati che davano al suo volto un’aria quasi selvaggia. La pelle però era morbida, non diversa dalla sua.
Sentì le mani di Ostro allungarsi sulla sua schiena, percorrendo la colonna vertebrale e poi scendendo giù, lungo i fianchi. Zefiro trattenne il respiro mentre i suoi piedi facevano un passo avanti, verso l’altro.
Si incontrarono a metà strada, in un bacio più lungo e romantico di quanto si fosse aspettato: aveva passato una vita a nascondersi, a pomiciare di nascosto, con la paura che qualcuno lo vedesse e rendesse realtà ciò che cercava di nascondere anche a se stesso.
Gli vennero in mente tutte le cose che gli aveva detto suo padre, nel tentativo di aiutarlo a sopprimere quella parte di sé: “é solo una fase, una ragazzata. Siamo uomini, è normale che dove ci sono poche donne queste cose capitino. Vedrai, passerà quando incontrerai la ragazza giusta. Ora pensa a divertirti senza dare troppo nell’occhio e a fare carriera. Che resti tra noi, mi raccomando.”
Quando le loro labbra si staccarono, Zefiro fissò ad occhi spalancati Ostro: “Io, eeh, abito vicino, se vuoi…”
Ostro sorrise furbescamente: “ho un’ idea migliore” disse toccando con una mano il tronco di un albero, che si chinò ad avvolgerli magicamente.
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