Qualche tempo fa, mentre cercavo online del materiale per scrivere una determinata cosa , mi sono imbattuta in “La Versione di Jean.”

Questo sito racconta la storia di uno dei più grossi campi rom d’Europa, quello di Lungo Stura Lazio a Torino, nel periodo 2000-2018, e del suo sgombero, delle vite degli abitanti del campo e del dopo, che troppo spesso in queste storie non viene mai raccontato. Tutto ciò, e molto di più, di quello che trovate su questo sito, lo potete anche trovare nel saggio di Manu Cencetti, Sgomberi Dolci, appena uscito per Eris Edizioni e che ripercorre le scelte, anche politiche, fatte dal Comune di Torino e che hanno portato a una vera e propria lotta senza quartiere, che continua ancora oggi, alla popolazione rom e, spesso, alla loro esistenza.

Ho percorso spesso le vie di Lungo Stura Lazio e limitrofe, in auto e con variegati mezzi, dal autobus, alla bici e anche a piedi, quando era necessario: abitavo non lontano da li, alla periferia nord ovest di Torino, e per raggiungere amici e fidanzato dell’epoca in quel della prima cintura torinese passavo sempre da lì, da quello stradone che costeggiava l’Iveco ai cui semafori c’erano spesso le donne o gli uomini del campo che cercavano di guadagnarsi in qualche modo da vivere, chi vendendo cose e chi, banalmente, chiedendo l’elemosina. Una mia amica che lavorava in Iveco mi raccontava che era felice di avere una macchina fiat, perché cosi poteva metterla nel posteggio aziendale e non dal lato degli “zingari”, dove spesso le macchine venivano aperte e rubato tutto ciò che si riusciva a portare via, a cominciare dai frontalini delle autoradio.

Anche dove abitavo io, a Vallette, c’erano diversi campi rom, ma erano più piccoli, spesso temporanei e poco più di qualche roulotte posteggiata dietro l’ex stadio delle Alpi: questo per cercare di farvi capire che i rom erano parte della zona, che prendevamo gli stessi mezzi, e che spesso si faceva la spesa negli stessi supermercati, in molti casi i loro figli frequentavano anche le nostre stesse scuole. Non erano, non sono mai stati, un qualcosa di “estraneo” per noi, ma era come se lo fossero, perché prendendo gli stessi mezzi e usufruendo degli stessi servizi era difficile che interagissimo (se non in maniera violenta) e fin da piccoli c’é stato insegnato di “fare attenzione agli zingari che rubano i bambini.”

Per chi non ha mai bazzicato da quelle parti, dovete capire che quelle zone, quindi Lungo Stura Lazio, Falchera, Vallette, anche Pietra Alta con il suo campo “legale” di via Germagnano con le casette tutte uguali, sono un altro mondo, anche a livello geografico, rispetto al resto della città: non c’è molto da fare, in quei quartieri, oltre a perdere tempo in piazza, c’è molta rabbia, molta rassegnazione e la presenza dei rom spesso fa scattare una guerra tra poveri dove questi ultimi hanno la peggio. Certo, non è da oggi che vengono scacciati e discriminati, ma trovare questi fatti scritti in un libro, vedere citati fatti di cronaca che ho seguito e che ho vissuto da abitante del quartiere mi ha comunque sorpreso.

Se a questo aggiungete che tutto il discorso del “ricollocamento” dei rom del campo è stato gestito dal terzo settore tramite cooperative sociali, con cui molte delle quali mi interfaccio ogni giorno perché, ahimé, lavoro proprio in questo settore e con tante di queste ho collaborato in passato e collaboro tutt’oggi, capirete perché ho apprezzato molto tutto il discorso presentato dal libro.

“Sgomberi Dolci” ci racconta una faccia di Torino che chiunque la abiti senza vivere sotto un sasso conosce: quella degli sgomberi, di una sorta di “pulizia” e di spazi negati al dissenso, dai campi rom, passando per gli sgomberi delle palazzine dell’ex villaggio olimpico (anche li occupate principalmente da rifugiati e famiglie senza casa) fino all’ultimo atto, lo sgombero dell’Askatasuna. E la parte divertente è che la mia città ha una giunta di centro sinistra al comando dal 1993, se non consideriamo la parentesi 5 Stelle, che ha semplicemente raccolto lo scettro di ciò che aveva iniziato il Sindaco Fassino nell’amministrazione precedente.

Chiudo con un avvertimento: se pensate che in questo libro troverete la soluzione alla questione rom, quella definitiva che ci traghetterà verso un mondo meraviglioso in cui sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno, per citare Dalla, allora dovete sapere che non c’è. Quello che troverete, però, è il comprendere che abbiamo un problema sistemico, che ha il suo culmine nella “caccia allo zingaro”, e può diventare facilmente una “caccia al nero, caccia alla zecca di sinistra” o chiunque non sia allineato con il pensiero del governo di quel momento. Forse faremmo meglio ad accettare che siamo noi i primi ad essere razzisti, i primi a chiamare la polizia al primo sospetto di un gruppo di rom che passa nelle vicinanze di casa nostra, perché, almeno ci consentirebbe di guardare in faccia la realtà e comprendere che parliamo sempre di esseri umani, che vivano in una baracca dietro casa nostra o in una casa in muratura.

Dove trovate questo libro? Lo shop di Eris Edizioni è vostro amico, se potete date anche un’occhiata alla sezione second chance perché ne vale davvero la pena!

Spero che la lettura di questo piccolo saggio possa interessarvi come ha fatto con me e vi invito ad approfondire anche gli altri titoli di Eris su temi simili, perché comprendere ciò che ci succede intorno é il primo passo per uscire dalla condizione di passività che troppo spesso, e mai come in questo periodo storico, ci imprigiona.

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