Felici MatriMorsi.
La stanza era immersa nel buio: le tapparelle non lasciavano filtrare neanche la più piccola lama di luce, oscurando completamente il piccolo appartamento al piano rialzato. Muovendosi con sicurezza, Luca si avvicinò al letto, dove un fagotto di coperte e lenzuola giaceva perfettamente immobile al centro.
L’oscurità non era un problema per lui: era lupo mannaro puro sangue, figlio di capobranco oltretutto, ed i suoi occhi si adattavano benissimo al buio per consentirgli di cacciare tra i boschi ed i campi che circondavano la piccola cittadina di provincia dove viveva fin dalla nascita.
Tutto il suo branco viveva lì: qualcuno gestiva un’azienda agricola, molti avevano del bestiame e gestivano gli allevamenti della zona… Qualcuno lavorava nella acciaieria come faceva lui da un paio d’anni… era una vita tranquilla, la sua, senza troppe pretese, uguale in tutto e per tutto a ciò che suo padre ed i suoi fratelli avevano fatto prima di lui. Con una sola, piccola, differenza.
Spostò il fagotto di lenzuola, rivelando la persona rannicchiata in posizione fetale al di sotto: gli toccò la spalla e la scosse piano, delicatamente, cercando di svegliarla.
Jo, il suo coinquilino, apri gli occhi contro voglia, guardandolo storto.
Luca gli sorrise: “Colazione? Ho già preso il caffè! Doppio , non riuscivo a svegliarmi e ho dei capelli tremendi con questa umidità!” disse, scandendo bene il labiale.
Scostò il colletto della polo da lavoro per mettere meglio in mostra il collo, avvicinandosi all’altro.
Jo annuì e senza dire nulla si attaccò alla sua giugulare.
Da due anni a quella parte quello era diventato il loro rito mattutino, il momento della giornata che Luca bramava più di tutti. Si erano conosciuti in fabbrica, all’acciaieria: anche Jo lavorava lì ma in un reparto diverso dal suo. Un paio di anni prima, appena assunto, aveva seguito l’odore di sangue di animale in una zona che non aveva mai visto, lontana dal suo capannone, e lì aveva trovato Jo che beveva il sangue dal collo di un coniglio.
All’inizio si era stupito di vedere un vampiro che indossava la sua stessa tuta, e non in giacca e cravatta come i padroni: nella loro piccola città , i succhia sangue non si abbassavano certo a lavorare in fabbrica! Erano gioiellieri, albergatori, dentisti e medici… Erano politici o amministratori di aziende, non stavano certo in un reparto fetido come quello in cui lavorava Jo! Ma aveva presto scoperto quanto l’altro fosse speciale…
I denti del vampiro entrarono più a fondo e Luca sospirò di piacere: il suo olfatto ultra-sviluppato si riempì dell’odore del suo amico. Il sangue, la terra che teneva sotto il letto, per poter riposare tranquillo anche senza dover usare una bara, il suo profumo, l’odore dei suoi capelli…
Tutto quello si interruppe all’improvviso: Jo si era staccato dopo solo un paio di sorsi dal suo collo, e lo stava guardando con aria interrogativa.
Luca lo guardò infastidito, sentendosi come qualcuno a cui avessero appena sfilato il suo piatto preferito da sotto il naso senza che potesse gustarlo fino in fondo. “Perché ti sei fermato? Lo sai che se non mangi abbastanza poi sei debole e non riesci a lavorare!”
Jo continuò a fissarlo.
Il lupo mannaro sospirò: “Domani c’è la luna piena, lo sai che mi rigenererò completamente. Correrò con il branco e non avrò più neanche un segno. E ora muoviti, o faremo tardi!” insistette, avvicinando il polso alla bocca dell’altro.
Il vampiro mosse le mani: non voglio approfittare. Disse, usando il linguaggio dei segni.
“Vuoi che ti accompagni a caccia allora?” gli chiese brusco Luca, ben conoscendo la risposta dell’altro.
Jo distolse lo sguardo imbarazzato.
Luca gli prese una mano stringendola piano, attirando di nuovo lo sguardo dell’altro su di sé: “senti, anche a me imbarazza ululare alla luna piena, okay? Però se io non ululo non stramazzo a terra rinsecchito, quindi fammi il favore di finire la tua colazione e di andarti a vestire in fretta!”
L’altro lo premiò con un sorriso timido, e piantò i canini nel suo polso.
La sirena suonò , annunciando la fine del turno. Come sempre, Jo non la sentì: era nato più di cento anni prima, e a quei tempi non c’era una cura per la malformazione che aveva colpito le sue orecchie e le sue corde vocali.
Lo capì dal suo smartwatch, impostato sull’orologio della ditta, che vibrava allegramente sul suo polso: l’avevano assunto solo per riguardo a sua sorella, che era parte del clan dei padroni, e da lui non ci si aspettava altro che timbrasse il cartellino e scaldasse la postazione per tutta la notte.
Sulla sua scheda c’era scritto che era un operaio a RCL, ridotta capacità lavorativa, e a lui andava bene così. Come sempre, fuori dalla porta del suo capannone lo aspettava Luca per tornare a casa insieme.
Devo andare dai miei per pranzo, segnò il lupo mannaro con le mani.
Jo aggrottò le sopracciglia: lui non vedeva il suo capo clan da mesi e la cosa lo rendeva molto felice, quindi aveva sempre difficoltà a capire le relazioni famigliari. Con l’eccezione di sua sorella, il resto dei vampiri poteva anche non esistere e a lui non sarebbe cambiato poi molto.
Tutto bene?
Luca annuì un poco esitante, passando al labiale. “Mi hanno mandato un messaggio strano, vogliono vedermi a tutti i costi. Tornerò comunque in tempo per quando ti sveglierai.”
L’altro scosse la testa: ti preoccupi troppo. Ho mangiato ieri, non ne mica ho bisogno tutti i giorni! Segnò con veemenza.
Il suo coinquilino scoppiò a ridere, battendogli una manata sulla spalla: “ma guardati, adesso sei diventato Dracula? E poi … chissà, magari mi fa solo piacere prendermi cura di te!” disse, aggiungendo un occhiolino malizioso.
Il collo del vampiro arrossì. Luca non gli diede tregua, continuando a ridere: “sei l’unico vampiro che conosco capace di arrossire, mi fai morire!” scandì per essere sicuro di far arrivare bene il messaggio.
Jo usò il segno standard internazionale per comunicare all’altro dove poteva trovarlo, un altro così, ma finì solo per scatenare ancora di più l’ilarità di Luca.
Arrivarono a casa poco prima dell’alba, giusto in tempo per evitare il sorgere del sole: il vampiro controllò che la terra fosse ben sistemata nell’apposito sacchettino sotto il suo letto, chiuse per bene la serranda e si rannicchiò come suo solito sotto le coperte, chiudendo gli occhi.
La pace durò poco, perché Luca lo raggiunse subito, muovendo l’intero letto con la sua stazza.
Jo alzò gli occhi al cielo e tirò fuori la testa dalle coperte, guardando esasperato quell’omone peloso con cui aveva la sfortuna di dividere la casa.
Luca mosse le mani: un piccolo morso prima di dormire?
NO. Non ho fame.
E se rientrassi tardi? Così almeno sono tranquillo…
Luca, sono più vecchio di te. Non morirò per una colazione saltata.
“Molto divertente. Però a me non piacciono le mummie rinsecchite in giro per casa e sarebbe un peccato che il tuo ben visino ne venisse intaccato.” scandì l’altro, schiacciandogli le guance per prenderlo in giro.
Luca si avvicinò alla sua bocca la giugulare bene in vista: Ti prego? Segnò velocemente, gli occhi spalancati per cercare di impietosirlo.
Il vampiro alzò gli occhi al cielo e cedette, sperando di poter tornarsene a dormire al più presto.
La prima cosa che percepì fu una sensazione di calore: nonostante fosse un vampiro, Jo aveva sempre freddo, ma in quel momento gli sembrava che sotto le coperte ci fosse una stufa. Gli si avvicinò, ancora mezzo addormentato e poco cosciente di cosa stette facendo. Allungò le mani per toccarla meglio, abbracciandola mentre gli si strofinava contro, e la senti stranamente morbida ma anche….. dura? E pelosa.
Apri gli occhi, spostandosi velocemente dalla fonte di calore: Oddio, pensò, in preda al panico. Oddio non mi sono controllato e ho dissanguato Luca!
Fortunatamente per lui, l’altro scelse proprio quel momento per iniziare a muoversi finendo per abbracciarlo, dimostrandogli chiaramente che no, non lo aveva ucciso, ma che forse sarebbe stato meglio farlo. Qualcosa in mezzo gambe di Jo si svegliò , premendo contro la stoffa delle sue mutande.
Abbiamo dormito insieme? Abbiamo dormito insieme! Realizzò, mentre cercava di divincolarsi dal peso del suo amico.
Luca mormorò qualcosa nel dormiveglia contro la sua schiena mentre le mani scorrevano sul suo corpo: Jo percepì l’alito dell’altro sulla sua pelle, la vibrazione delle sue labbra che mugugnavano parole a lui incomprensibili e l’elastico delle sue mutande che tirava in maniera quasi dolorosa. Provò a spostarsi piano, ma l’altro lo riagguantò e lo strinse più forte, leccandogli la nuca. Jo decise di fingersi ancora più morto di quanto già non fosse.
Completamente ignaro della tragedia che stava avvenendo al suo fianco, Luca si svegliò all’improvviso e lesse l’ora sullo smartwatch del vampiro.
“AAAH sono quasi le due di pomeriggio!” ululò “mia madre mi ammazza, mi aspettava per pranzo!”
Il lupo mannaro lo lasciò andare bruscamente e cominciò a correre per la stanza, alla ricerca dei suoi vestiti, lasciando Jo completamente all’oscuro delle sue motivazioni.
Prima di uscire dalla stanza con i pantaloni in una mano e la felpa nell’altra, Luca si fermò voltandosi verso il letto e si rivolse verso di lui, scandendo per bene le parole: “che ci fai già sveglio? Torna a dormire! E grazie per l’ospitalità, ho dormito benissimo!”
La porta si chiuse alle sue spalle, lasciandolo il vampiro da solo, a cercare di capirci qualcosa.
Dovette aspettare fino a mezzanotte inoltrata per avere finalmente il quadro completo della situazione : era sabato, giorno di riposo per entrambi e non era strano che il suo coinquilino uscisse con qualcuno del branco nelle notti di luna piena. Di solito, però, rientrava con le prime luci dell’alba, sporco di terra e felice, mentre questa volta era fin troppo pulito e con l’espressione cupa.
Appena lo vide, Jo si preparò per una sorta di discorso di scuse: lo aveva scritto sul blocco che usava per comunicare con gli estranei, per essere sicuro che l’altro non fraintendesse neanche una parola.
In fondo, non era poi tutta questa gran cosa che due creature soprannaturali, entrambi maschi, finissero a dormire insieme, giusto? Luca era solo molto stanco e lui probabilmente aveva esagerato col succhiare il suo sangue… L’abbraccio mattutino era stato solo un modo per sgranchirsi, uno spostamento involontario!
Il suo amico si diresse al frigo senza dire una parola e si rifornì di una birra ghiacciata, per poi cadere affranto sul divano accanto a lui.
Jo lo fissò, senza sapere bene che fare. Poi Luca tirò fuori il suo cellulare e digitò alcune parole, passandoglielo perché lo potesse leggere.
-Mia madre dice che devo sposarmi.-
Il vampiro lo guardò esterrefatto: quindi era per quello che sembrava così giù di corda! Digitò velocemente una risposta.
-wow! Come mai questa decisione?-
-Ha detto che mi sono divertito abbastanza e che è tempo di pensare alle mie responsabilità nei confronti del branco, e che servono dei cuccioli. Mi ha presentato la mia futura moglie.-
Jo fissò lo schermo senza sapere bene cosa ribattere, poi scrisse la prima cosa che gli venne in mente:
-è carina? –
Luca non sembrò gradire quel commento, perché mise via il telefono con la faccia arrabbiata.
Chissene frega, segnò con le mani.
Jo continuò a guardarlo confuso, incapace di capire quale fosse la cosa giusta da dire. Provò con un’altra strategia.
Ti trasferirai? Segnò con le mani.
Il mannaro sospirò, poi riprese in mano il telefono e digitò altre parole: -mamma vuole che mi sposi il mese prossimo, appena ci sarà di nuovo la luna piena.-
Super rapido! Ribattè lui, con i segni.
-Mi faresti da testimone?-
Jo fissò lo schermo dello smartphone, mentre gocce di sudore gelido scendevano lungo la sua schiena: testimone? Lui? A un matrimonio di mannari, o meglio al MATRIMONIO DI LUCA? IMPOSSIBILE!
Scosse la testa, incapace di capire il perché di quella reazione: forse doveva solo abituarsi al fatto che da lì a poco non avrebbero più vissuto insieme e lui non avrebbe più potuto abusare del delizioso sangue da licantropo del suo amico. Forse era destino che lui rimanesse da solo, in fondo loro si conoscevano solo da un paio di anni, non era nulla di infattibile, ma una semplice questione di abitudine.
Scosse violentemente la testa.
“E daiii… sei il mio migliore amico!” provò a convincerlo Luca, scandendo bene le parole.
Jo riprese a scuotere la testa, con decisione.
L’altro alzò gli occhi al cielo e si alzò bruscamente.
Dove vai? Segnò Jo.
A fanculo! replicò Luca, sempre con le mani, prima di dirigersi verso la sua stanza.
Dopo aver fissato la porta della stanza dell’altro per dieci minuti buoni, Jo decise di uscire: aveva l’abitudine di incontrarsi con sua sorella nelle notti di luna piena, quando Luca era impegnato con il suo branco, ma quel mese aveva quasi rischiato di saltare l’appuntamento con tutto ciò che era successo.
La raggiunse a casa sua, un palazzo di vetro e acciaio che stonava particolarmente con gli altri palazzi della città di provincia.
Sei in ritardo! Segnò lei appena lo vide, la faccia contrariata.
Dal punto di vista umano, Maria era più giovane di lui ma si era volontariamente fatta trasformare in vampiro intorno ai venticinque anni per sfuggire a un matrimonio combinato. Jo l’aveva sempre trovata estrema come soluzione, fino a che non si era ammalato gravemente e lei lo aveva trasformato, salvandogli così la vita. Il resto dei vampiri non aveva visto di buon’occhio il suo ingresso nel clan: era rimasto pur sempre un gracile sordo muto anche da immortale, ma per sua fortuna Maria era abbastanza potente da fare ciò che le pareva, anche tra i suoi simili.
Si era sempre chiesto come fosse possibile che entrambi appartenessero alla stessa famiglia: tanto era bionda e instancabile lei, tanto era scuro e perennemente esausto lui.
La ragazza scosse la testa in segno di disapprovazione: Perché quel muso lungo? Gli chiese, sempre con i segni.
Il vampiro si grattò la testa, poi tirò fuori il suo blocco dalla tasca e scrisse solo tre parole: -Luca si sposa.-
Maria corrugò le sopracciglia: “Luca, quello che vive con te?” Gli chiese, questa volta scandendo le parole in modo tale che lui potesse leggerle per bene le labbra.
Jo annuì, prima di sedersi sconsolato sul divano elegante che occupava l’intera sala, la testa tra le mani.
La ragazza gli posò una mano sulla sua spalla per ottenere nuovamente la sua attenzione: “e perché sarebbe un problema?” scandì, sempre usando la voce.
Jo sospirò e tirò fuori il suo blocco, preparandosi a raccontare la sua storia.
“GLI SUCCHI IL SANGUE DA DUE ANNI E LASCI CHE SI SPOSI CON UN’ALTRA?” urlò Maria, nonostante fosse assolutamente inutile alzare la voce con suo fratello.
Jo si grattò la testa, incerto se avesse letto bene o no le labbra della sorella.
Maria cominciò a segnare in preda alla furia: “gli- succhi-il-sangue-da-due-anni e – non-ti-sei-ancora-avvicinato-al- suo cazzo!” Ripeté unendo la voce alle mani, per dare più forza a ciò che voleva dire.
È un problema? segnò solo lui, insicuro.
La ragazza alzò gli occhi al cielo, snudando le zanne. Suo fratello si ritrasse impercettibilmente, quasi impaurito a quella vista.
Maria gli strappò il blocco dalle mani, e cominciò a scrivere velocemente. Una volta finito, gli mostrò il blocco, picchiettando ogni parola con la matita per sottolineare ciò che voleva dire.
-Vuoi dirmi che non provi nulla per lui? TI NUTRI SOLO DI LUCA ED è NORMALE PER TE? –
Jo si stropicciò gli occhi, stanco: stavano discutendo da tutta la notte ed era esausto. Fuori dalle eleganti tende tirate, la luce del sole era già spuntata da un pezzo e tutto ciò che desiderava in quel momento era una bella dormita possibilmente anticipata da una succhiata al collo di Luca. Luca… Chissà se era a casa in quel momento o se era già con la sua promessa sposa…
Scosse la testa, incapace di esprimere a parole ciò che provava.
Maria riprese a scrivere velocemente:
-VAI A CASA. PARLA CON LUI.-
L’altro scosse di nuovo la testa, e poi disse usando i segni: è già l’alba, guadagnandosi uno scappellotto sulla nuca da parte della sorella.
“Lo so, cretino! Intendevo appena farà buio. Ti preparo la stanza degli ospiti, ho un sacchetto della tua terra da qualche parte.” Scandì lei, prima di mettersi in moto.
Tra una cosa e l’altra, Jo rientrò a casa a notte inoltrata: sua sorella l’aveva sbattuto fuori di casa appena il sole era tramontato ma non se l’era sentita di dirigersi subito al suo appartamento. Era rimasto a vagare un poco tra i campi che circondavano la piccola cittadina, prosciugando un paio di lepri a mo’ di cena- colazione, alla ricerca di una scusa plausibile per ritardare l’inevitabile.
Non ci aveva mai pensato prima, ma non era solo il cibo che gli sarebbe mancato.
In quei due anni in cui avevano convissuto insieme, l’altro lo aveva trascinato in giro per locali più volte, rimanendo con lui anche quando si trovava in difficoltà col resto dei presenti e finiva per isolarsi, o quando si beccava una delle sue solite bronchiti (quale vampiro soffre di bronchite e di rinite allergica? Sentì quasi la voce del suo capoclan deriderlo) e non riusciva neanche ad alzarsi dal letto nonostante lo obbligasse a nutrirsi regolarmente. Dopo sua sorella, Luca era la persona più importante della sua vita, peccato solo che se ne fosse reso conto adesso che stava per perderlo.
Oh, insomma è solo un matrimonio! Puoi fargli da testimone, così almeno rimarrete amici! Pensò in preda alla disperazione.
Ma una voce dentro di sé rispose arrabbiata, trasformando in parole ciò che non aveva mai osato confessare neanche a sé stesso: io non voglio essere suo amico!
Sfortunatamente per lui, però, quella rabbia era una sensazione del tutto nuova e non riuscì a sfruttarla per dirigersi subito a casa. Rimase a vagare ancora a lungo in preda all’ansia e quando finalmente si decise a rientrare l’appartamento era vuoto, fatta eccezione per un biglietto appeso sulla porta della camera di Luca.
Grazie di tutto
– Luca
Il mese successivo passò fin troppo in fretta per Jo: ben deciso ad ignorare tutto e tutti, non rispose alle telefonate sempre più frequenti di sua sorella e si attenne alla vecchia dieta a base di conigli, bloccando il mondo reale fuori dalla porta di casa.
Anche sul lavoro ignorò tutti: in passato aveva provato a comunicare con i colleghi, in fondo chi più chi meno erano tutti RCL come lui, ma adesso non gli importava più di cercare di fare amicizia. Non gli era importato neanche in passato, ma Luca sosteneva che era importante andare d’accordo con i colleghi, quindi aveva provato a sforzarsi per renderlo felice.
La sera prevista per il matrimonio la luna piena era alta nel cielo quando la porta di casa sua si aprì di schianto. Non potendo udire il rumore, Jo non si accorse di nulla fino a che Maria non lo sollevò da diversi metri da terra con una sola mano
“Ding- Dong” lo salutò, stringendogli il mento con l’altra mano per essere sicura che suo fratello capisse bene ciò che voleva dirgli.
Jo si divincolò, senza speranza di riuscire a liberarsi: sua sorella era molto più forte di lui e non aveva alcuna intenzione di lasciarlo andare.
“Cosa – stai – facendo?” continuò lei, scandendo bene le parole.
Suo fratello alzò le mani con aria innocente, sperando di placarla.
“Luca si sposa questa sera. Hai intenzione di andare alla festa?”
L’altro rispose usando i segni: non sono stata invitato.
Maria lo lasciò cadere, facendolo atterrare bruscamente a terra.
“Beh io sì! Tutti quelli che contano qualcosa in questa città sono stati invitati, e ho intenzione di andarci, vieni con me o preferisci rimanere qui a piangerti addosso?”
Jo la guardò dal basso verso l’alto: non aveva capito bene tutto ciò che aveva detto sua sorella, ma sicuramente si aspettava che lui facesse qualcosa, in una sorta di eroico tentativo di salvataggio dell’ultimo minuto.
Scosse la testa, mentre usava le mani per dire ciò che pensava di quella stupida idea: la vita non è un film, Maria.
Il ceffone che seguì le sue parole gli fece girare la testa: non fece neanche in tempo a riprendersi che sua sorella lo aveva di nuovo sollevato e lo stava di nuovo fissando.
“hai un talento per le frasi ad effetto idiote, lo sai?” gli disse, prima di interrompere il contatto visivo e caricarselo in spalla.
Nella tenuta scelta per il ricevimento regnava una gran confusione: il clan della sposa, le Lune Crescenti, correvano a destra e sinistra come se fossero alla ricerca di qualcosa o qualcuno, e anche i famigliari di Luca non erano più tranquilli.
Suo padre ringhiava circondato dai suoi amici più intimi e dagli altri figli, tutti impegnati a consigliargli di calmarsi, mentre sua madre ululava disperata alla luna, accompagnata nel coro dalle figlie femmine, anche loro disperate.
Luca era appoggiato alla parete che sorseggiava un Martini, impermeabile a tutto quel casino di cui era indirettamente la causa.
Sua madre gli si avvicinò con aria furiosa : “Luca! Perché non sei a cercare la tua futura sposta invece di startene qui a perdere tempo?”
Il ragazzo allargò le braccia: “Perché dovrei cercarla quando chiaramente non vuole sposarmi? E poi sei tu che l’hai scelta, io neanche la volevo!”
La voce della donna si ruppe in un lacrimare offeso: “l’ho fatto per te, cosa credi? Il branco parlava, i tuoi fratelli e sorelle sono già tutti sistemati e hanno tutti dei cuccioli… mentre tu continuavi a perdere tempo con quello! Ti abbiamo sempre lasciato fare le tue esperienze, e tu ci ripaghi così? Non ho cresciuto sette figli perché il più piccolo si comportasse così!”
Imperturbabile, Luca bevve un altro sorso dal suo bicchiere: “Non vedo perché dovrei imitarti!”
“Hai vent’anni! Tuo padre alla tua età aveva già messo la testa a posto e smesso di fare il cretino in giro con quel suo amico che gli stava sempre addosso!”
“Cosa intendi dire?” gli chiese, stupito da quella dichiarazione.
“tutti hanno avuto un amico… anche io ne ho avuta una, è normale essere curiosi! Ma a un certo punto da un capobranco ci si aspetta che metta la testa a posto e si sposi, come abbiamo fatto io e tuo padre!”
Luca aprì e chiuse la bocca più volta, senza sapere cosa dire. Aveva l’impressione che l’amicizia di cui parlava sua madre fosse di un tipo molto intimo, ma non osò approfondire l’argomento.
Sospirò: “Senti, in questo mese ci abbiamo provato, okay? A lei non piaccio, è innamorata di un altro! La sua famiglia avrebbe dovuto ascoltarla…e anche tu avresti dovuto farlo. Ho intenzione di andarmi a riprendere il mio amico, che ti piaccia o meno, e di viverci insieme finché lui lo vorrà!” annunciò deciso, avviandosi verso l’uscita del ristorante.
Sua madre gli urlò dietro qualcosa, ma lui non la sentì: come se fosse stato evocato dalle sue parole, Jo era apparso all’ingresso, con un’espressione di panico in volto, appeso al braccio della sorella che invece si guardava intorno con curiosità.
Luca trattenne il fiato per l’emozione, poi si decise ad andare loro incontro, gli occhi ben piantati in quelli di Jo.
“Che cos’è tutto questo casino?” chiese la ragazza, alludendo al via vai di gente dall’aria decisamente contrariata che stava abbandonando la location.
“La sposa è scappata. Non ero il suo tipo, e ha deciso di piantarmi in asso.” Spiegò velocemente il mannaro.
La ragazza lo guardò un attimo stupita, poi scoppiò a ridere di cuore.
Jo le rivolse un’occhiata interrogativa: aveva preferito distogliere lo sguardo, forse per paura di ciò che poteva leggere sulle labbra di Luca e non aveva capito nulla di cosa fosse successo.
Maria gli segnò che andava tutto bene, e poi lo spinse in avanti, verso l’altro.
“Vado a cercarmi qualcuno da bere!” disse, a mo’ di saluto.
Jo si guardò i piedi imbarazzato, poi tirò fuori il suo blocco dalla tasca della felpa e iniziò a scrivere come un forsennato.
Luca prese il suo telefono e lo imitò: finirono più o meno nello stesso momento e si ritrovarono a guardarsi negli occhi senza sapere bene cosa fare.
Poi il vampiro gli sporse il taccuino con decisione, il collo che virava al rosso:
NON VOGLIO CHE TI SPOSI. RESTA CON ME, TI PREGO.
Luca lesse ie sue parole e gli sorrise, sporgendogli di nuovo il telefono:
NON MI SPOSO PIU. POSSO TORNARE A CASA CON TE?
Jo lesse quelle parole e alzò uno sguardo meravigliato sul suo amico: Luca annuì, sorridendo felice.
Poi si riprese il taccuino e scrisse qualcos’altro:
NON VOGLIO ESSERE SOLO UN AMICO PER TE. MI PIACI.
CREDO. Aggiunse al volo, incapace di trattenersi .
Il sorriso di Luca si allargò ancora di più, mentre gli prendeva la matita dalle mani e rispondeva sullo stesso taccuino usato dall’altro:
ANCHE TU MI PIACI. E NE SONO SICURO.
Jo lesse da sopra la sua spalla e la sua gola fece una sorta di rumore buffo, come se avesse provato a dire qualcosa ma non ne fosse capace.
Luca riprese a scrivere: POSSIAMO ANDARE A CASA, ADESSO? PUZZI DI CONIGLIO E HAI L’ARIA DISTRUTTA!
Il vampiro incassò la testa tra le spalle, mentre l’altro lo abbracciava, ridendo nel suo orecchio deformato perché potesse sentire le vibrazioni della sua gola.
Jo si lasciò andare tra le braccia calde del mannaro, lasciandosi condurre lentamente verso casa, fermandosi di tanto in tanto solo per baciarlo e mordicchiarlo, come una sorta di aperitivo prima del pasto principale che li aspettava a destinazione. Luca ricambiò con entusiasmo, leccandogli il naso felice e strofinando il viso sulla sua spalla.
Maria alzò gli occhi dalla gola che le era stata offerta giusto in tempo per vederli allontanarsi mano nella mano e annuì con gioia, spostando il suo umano come se fosse un bicchiere alzato in segno di brindisi agli sposi.