Charlotte Smith aveva lavorato duramente per quell’evento. Sorrise soddisfatta: era un sorriso che proveniva dall’aver passato le ultime ore a litigare con i fornitori per ogni dettaglio. Il parco era irriconoscibile: dove prima c’era una landa selvaggia, ora ricordava le foto di una rivista di giardinaggio, con sentieri di terra battuta, fiori al posto giusto e pergolati di vite. Un posto accogliente, da visitare con lunghi abiti di lino bianco sorseggiando limonate bio a km zero.
Non era sempre stato così: prima che riuscisse a metterci le mani lei, non era altro che un groviglio di rovi e edera velenosa su cui giravano strane voci. I sentieri che conducevano verso l’intero erano spaventosi, e non invitavano per niente a percorrerli. Nonostante questo, capitava sempre l’ adolescente coraggioso che decideva di andare alla scoperta finendo nei guai. Più o meno seri.
Con le elezioni alle porte, l’amministrazione si era ricordata di non poter continuare a ignorarlo, così aveva deciso di farci qualcosa. Dove per qualcosa si intendeva soldi, ovviamente.
Charlotte, che gestiva un’agenzia di eventi specializzata in feste a tema, aveva intuito subito il potenziale di quel luogo: vicino al centro città, ma non troppo, grande ma non grandissimo, si era rivelato perfetto per gli eventi garden-wild-chic.
Gli agronomi si erano opposti a qualunque tipo di intervento, ma al Comune servivano soldi e si erano presto rassegnati. Chiaro, lei aveva fatto in modo che l’aria vagamente selvaggia rimanesse intatte, ma senza cose verdi invadenti e niente insetti horror!
Troppo impegnata a veleggiare tra i tavoli in una nuvola di profumo costoso e non inciampare nei tacchi poco adatti al terreno, non si accorse di una conversazione sussurrata sopra la sua testa, dove le chiome degli alberi si sfioravano.
Qualche foglia secca e ramoscelli rimbalzarono sui tavoli.
“Ci sarà un sacrificio questa sera.”
“Sacrificio?”
“La donna ha parlato di festa, non è una festa senza sacrificio!”
“Hanno strappato le nostre sorelle e i nostri fratelli, e pensi che ci offriranno un sacrificio?”
“Questa notte sarà il solstizio, e al solstizio hanno sempre sacrificato qualcosa al bosco!”
“Povero illuso, questi sono i tempi moderni! Da quanto tempo non godiamo del sangue e delle grida di chi ci viene donato?”
Charlotte alzò lo sguardo, le sopracciglia perfette che si incurvavano perplesse: gli alberi si erano mossi ma non c’era vento. Eppure, le era sembrato di sentire delle voci. Scosse la testa, liberandosi di quelle suggestioni. Nei primi tempi in cui avevano iniziato a sistemare il bosco erano girate voci strane: qualcuno aveva sostenuto che quel terreno era stregato ed erano riemersi discorsi su gente scomparsa tanti anni prima in quella zona. Ma la razionalità aveva preso il sopravvento sulla superstizione e le vanghe avevano iniziato il loro lavoro. Poi c’era stato l’incidente, ricordò Charlotte con un brivido lungo la schiena. Ma gli incidenti capitano, e quel giardiniere non aveva rispettato le disposizioni di sicurezza.
Drizzò le spalle, si armò del suo miglior sorriso avviandosi lungo il sentiero per andare incontro alle voci in arrivo.
“Ci è stato offerto l’uomo con l’ascia poco tempo fa. Come pagamento per gli alberi abbattuti.”
“Quello non era un sacrificio, si è fatto male lavorando e hanno chiamato i soccorsi troppo tardi perché sono andati nel panico.”
“Il sangue è sangue.”
“Si, e ne riceviamo sempre di meno!”
“Benvenuti, Benvenuti!” trillò Charlotte, guidando gli ospiti.
Ne era valsa la pena, si disse. Tutte quelle ore in Comune, a litigare per farsi assegnare quel pezzo di terra da riqualificare, i soldi spesi e la programmazione dell’evento. E quella sera sarebbe stata solo l’inizio: avrebbe fatto fruttare quel posto fino all’ultimo centesimo, in barba a tutte le leggende o maledizioni!
“Posso offrirvi una tartina alla guacamole?” offrì. “Tra poco inizierà la parata degli abitanti del bosco, ci sarà anche un mangiafuoco, non potete perderlo!”
“Fuoco? Ha detto fuoco?”
“A questo siamo arrivati: braccati dalle vanghe, dalle pale e dal fuoco!”
Charlotte si concesse un bicchiere mentre la festa entrava nel vivo: aveva scelto uno stile folkloristico-chic, con ballerine travestite da fate, mangiafuoco e suonatori di tamburo.
La parata cominciò, annunciata dal suono del gong.
“Ecco, è il segnale. Adesso cominceranno con il sacrificio!”
“le fate, stanno tornando le fate!”
“Fate? Ma il passaggio verso il piccolo mondo è chiuso!”
“IMPOSTORI!”
Il vento fece ondeggiare le lucine appese sopra la radura. Charlotte lanciò un’occhiata al cielo: le previsioni meteo non avevano detto nulla sulla possibilità di pioggia per quella sera.
Si guardò intorno nella radura: le sembrò che gli alberi fossero più vicini, ma quello era impossibile perché aveva misurato la loro distanza dal centro dello spiazzo di persona più volte.
Il tamburo iniziò a suonare, risuonandole direttamente nello stomaco.
Le ballerine iniziarono a muoversi: vero, il loro spettacolo iniziava con i tamburelli! Sospirò di sollievo, dandosi della stupida da sola. Ma il sudore gelido che le scendeva lungo la schiena raccontava una storia diversa.
“Alberi del bosco, reclamate ciò che è vostro, la data è propizia e la luna è sorta, il sacrificio va consumato!”
La terra cominciò a tremare, come se qualcosa di sepolto stesse bussando per riemergere.
Qualche ospite si guardò intorno nervosamente, ma la maggior parte non notò nulla. Charlotte si spostava di gruppo in gruppo per assicurarsi che tutto procedesse al meglio, e che nessuno si accorgesse di niente. Una radice spuntò fuori dal nulla, facendola incespicare. La guardò male: prima non c’era, ne era certa.
Improvvisamente, dei rampicanti l’afferrarono, tirandola verso il limitare del bosco. Scalciò, in preda al panico, lottando per liberarsi. Delle grida le comunicarono che non era l’unica ad aver subito una sorte simile. Le sue mani si chiusero intorno a un coltello, caduto da un tavolo rovesciato. Non perse tempo, e tagliò i viticci per liberarsi. Senza tacchi, sporca e con il vestito strappato, Charlotte si guardò intorno con aria feroce. Non sapeva quale essere avesse deciso di rovinare la sua festa ma era ben decisa ad impedirglielo!
In sottofondo, il tamburo suonava il ritmo del sacrificio.
Schivò un ramo che si era abbattuto su un tavolo, tirandosi dietro le preziose tovaglie che aveva scelto con tanta cura.
“Quelle erano di marca!” urlò a chiunque fosse in ascolto, prendendo la rincorsa per lanciarsi contro l’albero. I rami frustarono il suo corpo, facendola cadere a terra.
Si rialzò: intorno a lei regnava il caos. Gli ospiti fuggivano urlando, mentre la natura si stava riprendendo tutto, inglobando ciò che aveva faticosamente costruito.
Piantò il coltello nel terreno, più per frustrazione che per uno scopo vero e proprio: ripensò a quanto aveva lavorato per quel posto e la paura lasciò il posto alla rabbia. Lanciò un urlo per attirare l’attenzione di qualunque cosa fosse che le stava rovinando la festa.
“OHI! Smettila subito! Voglio parlare con te”
Un silenzio innaturale piombò sulla radura: i rami si fermarono, come in ascolto. Gli ospiti ormai erano fuggiti tutti e non volava una mosca.
“Che cosa sei?” urlò alla notte.
Gli alberi frusciarono tra loro, come se si stessero consultando. Poi una voce parlò: profonda, e senza età, ricordava il rumore di rami spezzati e il canto degli uccelli. A Charlotte sembrò di sentire le foglie che tornavano a germogliare ogni anno, per poi cadere in autunno e rinascere in primavera, in un ciclo senza fine.
Cadde in ginocchio: lei era nulla, di fronte a quell’eternità.
Noi siamo il bosco.
Cercò di ricordarsi chi era e quanto aveva lottato per ottenere ciò che voleva. Cercò di ricordarsi che era umana, una donna razionale e moderna. Una che non si lasciava intimorire da niente.
“Tu sei mio. Ho dei fogli che lo provano.” Gridò al nulla.
Noi apparteniamo a noi. Come puoi dire che siamo tuoi?
“Un cancello elettrificato e una recinzione di metallo sono un buon inizio.”
Il bosco ricominciò ad agitarsi.
“Fermo, fermo, era solo una battuta. Voglio collaborare! Nel senso di aiutarti!”
Aiutarci? Tu distruggi e basta. Non pianti niente, non fai nascere nulla.
“Dimmi che cosa vuoi e risparmiati le polemiche, che per i sensi di colpa basta mia madre.”
Sangue. La terra vuole il suo tributo.
Charlotte aggrottò le sopracciglia: “Sacrifici umani? Vuoi gente che muoia per te?”
Il sangue è importante.
La donna sembrò pensarci su per un secondo, poi gli occhi le si illuminarono di una luce sinistra: “forse possiamo trovare una soluzione.”
La foresta stette immobile, in ascolto.
***
Passò qualche mese. L’evento de “Il bosco maledetto” era sulla bocca di tutti in città: le madri imploravano i figli di non partecipare per nessun motivo, mentre loro cercavano di raggranellare abbastanza soldi per potersi iscrivere alla prima data utile.
Charlotte, vestita come ci si aspetta da un cacciatore che non ha la più pallida idea di cosa significhi realmente la parola “caccia”, accolse gli ospiti.
“Benvenuti al Bosco Maledetto. Su questo posto girano un sacco di storie, ma non tutte corrispondono alla realtà. Posso affermare con sicurezza una cosa: comunque vada questa sera, sarà un’ esperienza che non dimenticherete facilmente.”
Mentre il gruppo si inoltrava per il sentiero, gli alberi iniziarono a frusciare, avvicinandosi pericolosamente.
La donna sorrise, soddisfatta: i suoi eventi erano sulla bocca di tutti, con liste di attesa lunghe mesi. In fondo, era solo una questione di target e di obiettivi!