Ho iniziato il 2023 partecipando al primo gruppo di lettura della mia vita: “Spaghetti Fantasy“, interamente dedicato al fantasy italiano. Se non li conoscete, dovete sapere che un gruppo di lettura non è altro che l’evoluzione del club del libro che si tiene nei salotti delle casalinghe dei sobborghi americani, e che ammetto di aver sempre invidiato.

Non avevo mai partecipato a una cosa del genere, tra le mie amiche tendo ad essere l’apripista del gruppo quando si tratta di libri, quindi difficilmente riesco a confrontarmi a voce su cosa sto leggendo in quel momento e poterlo fare con altre quaranta e più persone è stata una bellissima scoperta. In aggiunta a tutto questo, c’è il gruppo costola dedicato alle chiacchere “Tortellini chiacchierini” che rende le chiacchiere “officiali” ancora più belle, perché se su Spaghetti Fantasy questo mese si parla solo de “La Mesmerista” di Sara Simoni, il gruppo costola è dedicato a praticamente tutto ciò che ci viene in mente in quel momento, compresi i giorni migliori per andare al Salone del libro o l’ultima serie vista.

Ed è proprio su “Tortellini chiacchierini” che mi sono trovata a confrontarmi sugli ultimi libri letti: il primo è la trilogia di “Captive Prince “di “C.S. Pacat, mentre il secondo è “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara. (ATTENZIONE: se non volete spoiler oltrepassate questo punto a vostro rischio e pericolo! O per dirla alla Gandalf: “fuggite, sciocchi!”

Sono due libri lontanissimi tra loro, Pacat scrive una trilogia fantasy storica mentre Yangihara è decisamente più “realistico” ma, in fondo (molto in fondo) hanno un fil rouge comune ed è l’abuso sessuale e la violenza sui minori.

Che cosa c’entra tutto questo con il gruppo di lettura? Perché proprio su “Tortellini Chiaccherini” ci siamo trovat3 a parlare a parlare di libri con questa tematica e, cosa che mi ha colpito molto, per tanti “Una vita come tante” cade nella pornografia del dolore e quindi per questo (validissimo) motivo non piace mentre “Captive Prince” viene osannato. (Ma è un poco la stessa cosa che succede con “Eleanor Oliphant sta benissimo” se ci pensate.)

Premettendo che sono veramente due libri lontanissimi tra loro, mi è venuto spontaneo interrogarmi su quando accettiamo il dolore nella finzione e quando invece diventa “troppo”, e scivola nell’irrealistico e nella, appunto, pornografia del dolore. Sarà forse un questione di lieto fine? In fondo, Captive Prince ha il suo “e vissero felici e contenti” finale, pur non forzandolo e risolvendolo nel migliore dei modi a mio parere, mentre “Una vita come tante” finisce con un suicidio, e anche qui, per la piega degli eventi narrati dal libro era forse l’unica soluzione possibile, ma non credo che dipenda (o almeno non solo) da questo, anche se probabilmente rimane il motivo più importante.

Confrontandomi con altri amanti della lettura credo di essere arrivata alla conclusione che, quando si trova così tanto dolore in un libro come appunto c’è in “Una vita come tante” abbiamo bisogno di una compensazione, di un qualcosa che ci faccia dire che la vita non è solo sofferenza e abusi (anche se “Una vita come tante” è pieno di momenti di gioia, sempre a mio modesto parere) e che non importa quanto ci fanno del male, noi (inteso come essere umani) avremo sempre una possibilità di salvezza. Mi ha ricordato quando, in quinta liceo, abbiamo visitato i campi di sterminio in Polonia grazie al Viaggio della Memoria. Auschwitz e Birkenau con una temperatura di meno quindici, nei giorni della merla tra freddo e neve sono decisamente l’esperienza di una vita, e vi assicuro che ne vale davvero la pena, eppure, a fine giornata, eravamo talmente provati da ciò che avevamo visto e sentito a livello di emozioni che non siamo riusciti a fermarci per la commemorazione dedicata alla Giornata della Memoria, e non credo si trattasse solo di una ribellione adolescenziale. Era come se, dopo tanta morte, avessimo bisogno di dimostrare a noi stessi di essere vivi ed infatti la serata il nostro gruppo l’ha passata a ridere, scherzare e fare tardi tra i pub di Cracovia, pur senza sminuire ciò che avevamo vissuto solo fino a qualche ora prima.

Diceva bene il buon vecchio Terry Pratchett: “Humans need fantasy to be human. To be the place where the falling angel meets the rising ape.” ed è forse questo, oltre al lieto fine, che ci porta ad accettare e tollerare maggiormente la violenza in un genere come il fantasy rispetto ai romanzi più realistici, la certezza che in fondo si parla di argomenti e avventure molto lontane da noi e dal nostro mondo, in cui immergerci, certo, ma da cui possiamo allontanarci ogni volta che diventa tutto “troppo”, senza timori di ripercussioni.

2 risposte a “Il filtro del fantasy”

  1. Avatar Scrivere del dolore: “Una vita come tante.” – Elelandia

    […] vi ho già detto qui, ho iniziato l’anno leggendo “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara, messo dal […]

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  2. Avatar Dark Rise – C.S. Pacat – Elelandia

    […] (autrice anche della mitica trilogia “Il principe prigioniero” di cui abbiamo parlato qui) e portato in Italia da Oscar Vault con la traduzione di Claudia Milani. Menzione d’onore per […]

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