Non sono tipa da tenere tanto in considerazione le ricorrenze, ma oggi mi sembra una bella giornata per parlare di donne, ragazze e, in generale, di come sono rappresentante nei romanzi fantasy che è il mio genere di lettura preferito.
Okay, non parliamo di tutti i romanzi fantasy, parliamo solo di quelli scritti da Terry Pratchett (che dai suoi modestissimi 41 libri però qualche spunto ce lo lascia) e di come racconti le donne nelle sue opere. Credo che una delle, tante, cose belle della scrittura di Terry sia proprio il saperci regalare personaggi completi, e dal punto di vista femminile ne abbiamo parecchi di interessanti!
Piccolo disclaimer: Terry ha scritto 41 libri solo sul mondo disco, ma io ne ho letti molti meno. Il mio personale obbiettivo è di arrivare a leggerli TUTTI, ovviamente, ma lotto con le scarsità di traduzione in italiano e il non voler sempre leggere in lingua originale (per quanto i suoi libri siano bellissimi in lingua originale, e spesso la traduzione li maciulli. Si, amici traduttori, non è facile tradurlo, LO SO, però anche voi potreste fare un piccolo sforzo?) quindi qui parlerò solo di una parte dei personaggi che ho incontrato nelle mie letture, che sono comunque un buon numero.
La prima da cui partiamo è sicuramente Conina: la troviamo in “Sorcery” del 1988 ed è la figlia di Cohen il Barbaro (chiaramente ispirato a Conan) e della danzatrice di un tempio che lui ha salvato da un sacrificio. Vorrebbe fare la parrucchiera ma ogni volta che prende in mano un paio di forbici o una forcina i suoi geni famigliari le urlano di conficcarlo nella gola del cliente, invece di usarle sui suoi capelli. Ed è qui la chiave di volta del personaggio: lei non vuole essere una barbara, vuol essere una semplicissima parrucchiera e non gliene frega niente dell’eredità o del patrimonio genetico di famiglia, salvo poi innamorarsi del suo esatto opposto, Nijel Il Distruttore. Nijel viene da una famiglia perfettamente ordinaria, non ha alcuna capacità atletica o magica, ma vorrebbe tantissimo essere un barbaro, rendendo la situazione molto ilare, lo ammetto. Comunque, di Conina apprezzo l’umorismo, e anche qui, il voler fare un qualcosa di completamente diverso da ciò che la sua famiglia vorrebbe, oltre al fatto che va ad inserirsi nel mondo del fantasy barbarico che definire testosteronico e misogino è dire poco. Una sorta di “Rivincita delle bionde” ben prima del film, ecco!
Andando avanti nel tempo e nei libri, troviamo Lady Sybil Ramkin in “A me le guardie!”: erede di una delle più ricche e nobili famiglie di Ankh-Morpork (una delle principali città-stato del Mondo Disco) si dedica anima e corpo alla salvaguardia dei Draghi di palude, in un perfetto ritratto di quella che è, solitamente, la nobildonna inglese. Se non fosse che questa è alta, piuttosto mascolina e non si è fa nessun problema a maneggiare bestie che potrebbero saltare in aria da un momento all’altro. Diventerà Lady Sybil Vimes, a un certo punto, in un età più vicina ai quaranta che ai trenta, sposando il Capitano della Guardia Notturna che di nobile non ha proprio nulla, anzi detesta cordialmente l’aristocrazia e ha una teoria tutta sua sulla monarchia.(spoiler: l’unico Re buono è quello morto.) Lady Sybil ci dice che non c’è una data di scadenza per innamorarsi, se lo si desidera, e che lo si può trovare nella maniera più inaspettata e nell’ultimo posto in cui si andrebbe a guardare. La loro relazione è forse tra le più belle del Disco: Pratchett non è uno da descrivere plateali dichiarazioni d’amore, (è pur sempre un signore inglese di mezza età) ma ci sono dei gesti, delle emozioni e tutto un non detto che si esprime attraverso dei piccoli dettagli che sciolgono il cuore, oltre al fatto che Sybil si mantiene sempre coerente nelle sue convinzioni e attività , matrimonio e famiglia o meno, insegnandoci che non c’è pastiglia al carbone troppo difficile da far mandare giù a un drago di palude costipato, purché lo si voglia davvero.


Continuando con la nostra passeggiata nel lato femminile del Mondo Disco, troviamo le Streghe: cito solo le tre principali, ma sappiate che c’è un vastissimo repertorio di signore in nero altrettanto interessanti che vale la pena conoscere. Il nostro trio è composto da Magrat Garlick, Gyntha Ogg ed Esmerelda Weatherwax e va a riprendere la rappresentazione delle tre Parche, con la Vergine, la Madre e l’Anziana ma lo stravolge, mutando i ruoli a seconda del momento.
Magrat è la più giovane ed insicura delle tre, spesso in balia delle due più anziane che pur essendo migliori amiche non potrebbero essere più diverse di così. Tata Ogg ha una nidiata di figli e ha seppellito un numero spropositato di mariti, mentre Granny Weatherwax non si è mai sposata, anzi non ha mai neanche aperto le lettere che gli mandava il giovane mago conosciuto un’estate da giovane. In “Streghe di una notta di mezza estate” imbriglierà un unicorno con un capello, e questo si dice che possa farlo solo una ragazza vergine, ma lascio a voi il compito di crederci o meno.
Dicevamo, le streghe: sono tre figure completamente diverse tra loro che insieme costituiscono una forza della natura, ribaltando gli stereotipi, fantasy e non. Perché Magrat si paragona spesso ad una creaturina pelosa messa all’angolo dai serpenti che però, quando serve, sa anche essere una mangusta; e Tata Ogg, che sembra capace di ironizzare su qualsiasi cosa e di non prendere niente sul serio, ci stupisce dimostrandoci che è capace di piangere per la morte di una persona cara, e di essere triste anche lei che è la giullare del trio. Quanto a Granny Weatherwax, lei è quella che sulla carta risponde meglio allo stereotipo della vecchia strega con la risata stridula, ma che in realtà danza con le api, in un modo che io spero un giorno o l’altro di poterlo vedere in una serie o in animazione perché deve essere stupendo. Credo che di tutti i personaggi femminili di Pratchett loro tre siano proprio le mie preferite, perché sanno cogliere le sfumature dell’essere una donna come pochi scrittori uomini riescono a fare. La mia citazione preferita che rappresenta il terzetto è questa: – “Ma guardatevi tutte e tre. La vergine, la madre e la vecchia carampana” “a chi hai detto vergine?” scattò Tata Ogg, ” a chi hai detto madre?” si indignò Magrat. Nonna Weatherwax fece la faccia torva di chi ha appena scoperto che c’è una sola pagliuzza rimasta e quelle lunghe le hanno prese gli altri.-

Facciamo ora un salto di specie e andiamo a conoscere l’appuntato Felice Culetto e il sergente Angua: la prima è un nano, andata in città per arruolarsi nella guardia notturna e trovare se stessa mentre Angua è un lupo mannaro. Entrambe lottano con la propria identità femminile e gli inconvenienti della loro razza: i nani del mondo disco hanno tutti e tutte la barba, tanto che femmine e maschi sono perfettamente identici sotto ogni aspetto, abbigliamento compreso. Ma Felice Culetto non è d’accordo: lei vuole essere femminile in una maniera che a casa sua è sconosciuta, con orecchini, rossetto e tacchi, pur continuando a mulinare asce e bere birra, che certe tradizioni sono importanti. Verrà aiutata in questo da Angua, che ci tiene a definirsi vegetariana (tranne nelle notti di luna piena) e che gradirebbe volentieri un pettorale di armatura modellato sul suo seno, invece di una cosa da uomini raffazzonata. Felice, che poi diventerà Felicia, inizierà a guidare una vera e propria rivoluzione tra i nani nella guardia, maschi e femmine, regalandoci perle di comicità assurda ma anche un sacco di materiale su cui riflettere.
Angua von Ubervald, dal canto suo, discende da una famiglia di purissimi lupi mannari (nemici giurati dei nani e viceversa, forse per l’abitudine nel considerarli prede), è la prima lupa mannara ad essere inserita nella guardia sotto il progetto di tutela delle minoranze messo in atto dal Patrizio, Lord Vetinari, dove per minoranze si intendono, oltre a lei ovviamente, un nano e un troll. Per buona parte del libro “Uomini d’arme”, i maschi (va beh, solo uno ma limito gli spoiler) sono convinti che lei rappresenti la minoranza femminile, e questo ci fornirà non solo una riflessione spettacolare su come sia possibile che metà della popolazione mondiale venga considerata una minoranza, ma anche il fatto che gli altri non hanno nessun idea di cosa si nasconda sotto i suoi capelli biondi e gli occhioni. Angua è determinata, sarcastica e con la testa sulle spalle fin dal primo momento in cui la incontriamo e merita davvero che voi la leggiate.
Ultima, ma non per importanza, la giovane strega Tiffany Aching. Nel primo libro della sua serie, Tiffany ha nove anni per arrivare alla fine che ha quasi terminato l’ adolescenza e sta uscendo dai suoi “teen”, per dirla all’inglese. Tiffany cresce, impara un sacco di cose anche attraverso gli sbagli e provando a rimediare ai danni provocati. “La corona di ghiaccio”, terzo libro della sua serie, è praticamente tutto un tentativo di porre una toppa ad un errore fatto perché “è giovane e vuole ballare” fino al rendersi conto che le toppe non bastano e bisogna prendersi le proprie responsabilità, andandogli incontro anche quando non ci piacciono. Ho un legame particolare sia con Tiffany sia con Granny Weatherwax, tanto da tatuarmi una citazione ciascuna, perché sono due personaggi della stessa medaglia. Sono l’anziana strega potente, praticamente capo della congrega se le streghe avessero un capo, e la bambina che non voleva essere una principessa, o un taglialegna così decise di essere una strega. Granny è piena di magia, Tiffany non ne ha quasi, ma entrambe sono così determinate da piegare la realtà al proprio volere, ovviamente con un sacco di duro lavoro, maniche rimboccate e fatica, ahimé.
Pratchett disse di aver scelto il nome Tiffay perché gli ricordava tutto, tranne che una strega, e a me questa cosa piace tantissimo: perché siamo sempre più di quello che appariamo ad un primo sguardo e la letteratura fantasy è lì, anche, per ricordarcelo.
[L’autrice si scusa con tutti gli altri personaggi femminili di Pratchett che non ha nominato, in particolare con Susan e Isadora, e molte, molte altre, ma non vuole aumentare il suo livello di follia. Ci saranno altri articoli dedicati a loro, lo prometto. O minaccio, come preferite voi.]
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