Matteo superò un branco di ragazzini che occupavano l’intero marciapiede: con oltre la metà del personale delle scuole della zona che non poteva raggiungere la sede di lavoro, per sopperire al problema erano state attivate delle fantomatiche lezioni miste presenza/online che in realtà non seguiva nessuno.

Dovrei farci un video da mandare su whatsapp, si ripromise schivando l’ennesimo monopattino guidato da ragazzini allo stato brado.

Erano circa quattro giorni che non si concedeva un attimo di riposo vero e proprio, non contando la notte prima passata in intimità con Zefiro nella speranza di strappargli un’esclusiva dalla prima linea. Non aveva ottenuto molto, ma era almeno si era divertito con il suo bel poliziotto.

Avrebbe dovuto mostrargli un poco di affetto in più, forse, andare un minimo oltre al sesso per non dargli l’impressione che si approfittasse di lui. Cosa che lui chiaramente non faceva, si limitava solo a chiedergli informazioni utili!
Sbloccò il telefono per controllare la lista degli argomenti da trattare: “farmacie e negozi con vendite contingentate già fatto, racconto dal bordo della bolla ho fatto un video ieri, alloggi di fortuna per chi è rimasto incastrato e non può tornare a casa fatto… mi servirebbe un punto di vista diverso, qualche essere magico che ci dia la loro versione dei fatti…” mormorò tra sé, dirigendosi automaticamente verso Piazza Baldissera, al buco.

La piazza era irriconoscibile, e non solo per via della mancanza del solito anello di auto in movimento: una voragine enorme si allargava al centro della rotonda, circondata da una rete a quadretti arancione, a sua volta presidiata da tutti i mezzi delle forze dell’ordine che si trovavano all’interno della bolla, un numero sorprendentemente alto per un quartiere di periferia.

Il bordo della bolla che li divideva dal resto del mondo creava una barriera invisibile sul lato sud della piazza: al di là di essa si intravedevano i confini sfuocati di ciò che rimaneva della città, come se tutto ciò che fosse rimasto fuori da lì non fosse altro che una nebbia grigiastra. Sulla superficie della barriera si rincorrevano riflessi arcobaleno, rendendola molto simile a una bolla di sapone gigante ma decisamente più resistente.

Immerso nei suoi pensieri, l’attenzione di Matteo si ridestò quando vide un fatato vestito di un’ armatura verde sgargiante che lo faceva assomigliare molto a una mantide religiosa, chiacchierare animatamente con un poliziotto dall’aria felice, con il basco azzurro di traverso sui capelli corti e rossastri. I due davano l’idea di essere piuttosto intimi e il poliziotto assomigliava in maniera sorprendente a Zefiro. Un luccichio all’orecchio sinistro del poliziotto fece svanire ogni dubbio.

Iniziò ad avvicinarsi, attraversando la piazza per raggiungere il presidio dove stavano chiacchierando i due; non gli sfuggì che la mano del fatato si era appoggiata sul petto di Zefiro, e che le teste erano molto più vicine di quanto fosse normale tra due sconosciuti.
Le orecchie in fiamme di Zefiro erano ben visibili sotto al basco, abbinate con la bandana granata che il poliziotto portava al collo.

“Ma che fortuna!” esclamò ad alta voce, appena li raggiunse.

Zefiro si scostò precipitosamente dall’altro, come risvegliatosi da un incantesimo.

“Cercavo giusto qualcuno che potesse darmi il suo punto di vista su tutta questa faccenda e ti trovo qui, con uno di loro come migliore amico! Non ti scoccia se gli faccio qualche domanda vero?” gli chiese, un sorriso velenoso stampato sul volto.

Il fatato si voltò verso di lui con tutta la calma del mondo. “So came?” gli chiese, in una lingua incomprensibile.

“Prego?” chiese Matteo, mentre sentiva scemare piano piano la rabbia che aveva provato poco prima.Non c’è bisogno di essere gelosi, si disse, ma una parte di sé, di cui non andava certo orgoglioso, urlò : Sta tenendo le sue fottutissime zampe fatate sopra una cosa tua! Vuole rubartelo!

Si riprese: “Matteo Carboni, settore periferie de la Busiarda. Vorremo sapere il solito, chi siete, cosa volete, e soprattutto, quando ve ne andate?”

“Sei impazzito?” lo sgridò Zefiro, allontanandolo bruscamente dall’essere con l’armatura verde.

“Cosa c’è, solo tu sei autorizzato a familiarizzare con loro?”

“Io sto facendo il mio lavoro. Tu, piuttosto, vuoi farti fare a pezzi?” replicò Zefiro con tono duro.

Con la coda dell’occhio, Matteo vide che il fatato aveva rinfoderato la lunga fila di pugnali che spuntavano dai suoi avambracci. Stò Chef Tony del cazzo.

“Bello questo lavoro, voglio impararlo anche io. Ehi, coso! Anche io sono capace di collaborare, perché non ci beviamo qualcosa tutti e tre insieme?” disse ad alta voce, cercando di scartare Zefiro per avvicinarsi di nuovo al fatato.

Sentì un braccio torcersi dietro la schiena, mentre un dolore acuto gli arrivava fino alla spalla

“va bene, va bene, ho capito, ho capito, niente cose a tre in camera da letto!”

“Che problemi hai?” chiese Zefiro, lasciandolo andare di scatto, ormai più rosso del suo fazzoletto.

“Tutto bene?” chiese un secondo poliziotto, avvicinatosi per capire cosa stava succedendo.

Benissimo, pure quell’idiota di Luca!, pensò Matteo, ormai stufo di quella situazione.
Una parte di lui voleva solo andarsene, e seppellirsi sotto il peso della vergogna: ciò che aveva detto e fatto era sbagliato, lo sapeva, ma una parte ben più grossa continuava a urlare MIO, e ad immaginare i due ben più intimi di quanto aveva visto.

Gli sembrava di essere sotto l’effetto di un incantesimo, se mai fosse stato possibile.

“A meraviglia, stavo solo cercando di fare il mio lavoro di giornalista visto che non ci dite un bel niente!”replicò in tono acido.

“Sgombra Carboni, la sala stampa è chiusa!” gli rispose Luca, una mano che si avvicinava allo sfollagente attaccato alla cintura.

“La gente ha il diritto di sapere!”

“E tu ti stai impegnando abbastanza, torna a mandare i video su whatsapp che qui stiamo lavorando!”

Matteo fece per replicare, ma lo sguardo e il sorriso cattivo di quella specie di Mantide alle spalle di Luca lo fece desistere. Si vede che era davvero sotto un incantesimo, o qualunque cosa sapesse fare quella bestia.

Si allontanò maledicendo tutto e tutti a bassa voce, dirigendosi verso il bordo della bolla e il lato sud della piazza, tra la vecchia fabbrica dei treni ora diventata centro commerciale e il corso che portava verso via Livorno.

Lo spazio tra il muro e la bolla era sufficiente a mala pena per una persona sola, e mentre lo percorreva borbottando a grandi passi, qualcosa spuntò davanti a lui: era un essere con due zampe e con robuste corna da capra, forse un satiro. Saltellò fuori dalla barriera con un semplice “pop”, come se fosse la cosa più semplice del mondo e proseguì verso l’ingresso del centro commerciale. Matteo si sfregò gli occhi, convinto di aver visto male: la bolla era impenetrabile, persino i treni che correvano nelle gallerie sotterranee si erano ritrovati bloccati a metà strada, e lui stesso ne aveva provato la robustezza. E ora quella cosa la attraversava come se non esistesse!

Matteo non perse tempo e si mise a rincorrerlo, entrando nella galleria commerciale a tutta velocità. Per sua fortuna, sul pavimento lucido gli zoccoli del satiro avevano poca presa e riuscì a recuperare terreno, saltandogli addosso alle spalle e inchiodandolo a terra con tutto il suo peso.
L’essere era decisamente più piccolo di lui, ma erano forte: “Lasciami andare!” urlò quello, dibattendosi.

“Non credo proprio, mio caro!” replicò Matteo, bloccandolo meglio sul pavimento. Mentre si muoveva, il braccialetto d’argento che portava al polso si aprì e cadde sul corpo del satiro.

“Thardo, thardo! Brucia, brucia, toglimelo! si mise ad urlare disperato il caprone, diventando improvvisamente più docile.

“Solo se mi aiuterai! Ci sono un sacco di cose che voglio sapere, e sono pronto a ottenere tutte le risposte.”

“Tutto ciò che vuoi, ma toglilo, Cap de buòu!”

Matteo sollevò metà del braccialetto, lasciando una parte del gioiello a contatto con il corpo dell’essere. “bastardo!” sibilò quello, provando a sputargli un muco di saliva in faccia, senza ottenere successo.

“Come hai fatto ad entrare? Cosa sta succedendo fuori e sopratutto…cosa volete qui, da noi?”

Il satiro fece un sorriso cattivo, poi si decise a parlargli: “Forse tu non puoi entrare e uscire a piacimento da casa tua, forse non ne possiedi le chiavi?”

Il giornalista aggrottò le sopracciglia: “quindi sei tu il creatore della bolla che ci avvolge?”

“oh, avevo dimenticato quanto siete divertenti! Credimi, non riusciresti a trattenermi neanche con il triplo d’argento se avessi tutta quella magia addosso!”

“Davvero? Forse ne vuoi ancora un poco, visto che sembra piacerti così tanto!”rispose Matteo, spostando il braccialetto vicino agli occhi della capra.

“Fèrm-te, que me vòles estorpia, òu!”

Matteo scosse la testa, riavvicinando il braccialetto all’addome del satiro: “purtroppo per te, non capisco la tua lingua. Perché siete qui?”

L’altro rispose con rabbia, sputando ogni parola: “Perché è casa nostra, lo è sempre stata. Voi vi siete impadroniti di tutto e l’avete insozzata. Ora basta, la ripuliamo e ce la teniamo noi, basta stare nelle grotte. La Sibilla ha deciso: fuori all’aria aperta, fuori a riprenderci quello che è nostro.”

“Si, ma perché bloccarci qui? Perché non Roma, o Milano? e in periferia, poi?”

“minjar nen sloun bla en erbo. Non si mangia il grano verde” ridacchiò il satiro e approfittando di un momento di distrazione di Matteo gli diede una testa poderosa con le corna per liberarsi e scappare via, scomparendo velocemente.

<-3 Dicembre 5 Dicembre ->

Una replica a “Le 24 giornate prima di Natale: 4 Dicembre.”

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