Mentre camminava per strada, Zefiro canticchiava felice: il ricordo della festa dell’8 Dicembre era ancora ben vivido nella sua mente, e non vedeva l’ora di rivedere Ostro.
Forse dovrei sentire come sta Matteo, si disse, mentre il senso di colpa lo attanagliava per un attimo. Lo scacciò velocemente: doveva prendere servizio e non voleva sprecare gli ultimi minuti a preoccuparsi per chi non se lo meritava.
“Carambola, venga nel mio ufficio!” lo chiamò il Commissario, prima che potesse entrare nello spogliatoio.
Incuriosito, Zefiro lo seguì, chiedendosi di cosa si trattasse.
“Si accomodi” lo incoraggiò il commissario, sedendosi per primo. Stranamente, per una volta era da solo e non c’erano i superiori del Vinzaglio.
“Si è forse dissolta la bolla?” chiese, stupito da quella convocazione improvvisa.
Il commissario sorrise, forse scambiandola per una battuta: “No, no, anzi forse è un bene che sia apparsa. Certo, ci sono state delle problematiche iniziali, però adesso il tasso di criminalità è sceso di parecchio grazie alla collaborazione degli esseri magici, forse serviva solo qualcuno che sapesse cosa fare. Comunque, l’ho chiamata perché ho bisogno di lei per una missione speciale.”
Zefiro si mise inconsciamente sull’ attenti, pur restando seduto, preparandosi per il resto.
“La Sibilla ha invitato le autorità presenti nel quartiere nel loro… buco, in segno di buona volontà e collaborazione. Il personale solitamente assegnato alle autorità come scorta ad oggi non è presente all’interno della Bolla, quindi stiamo selezionando qualcuno che possa far fronte a questa responsabilità. Varrà come nota meritevole nella sua anzianità di servizio, se accetta.”
“Accetto.” replicò subito lui, troppo eccitato per chiedere altre informazioni.
“Bene, la discesa è prevista per oggi pomeriggio alle ore 15. E ancora una cosa: faccia attenzione. familiarizzare è una cosa buona, ma non si avvicini troppo, sono pur sempre sconosciuti per noi.”
Quel pomeriggio, una delegazione di Mantidi li aspettava all’ingresso del buco, pronti per condurli all’interno. Zefiro non vedeva l’ora di rivedere Ostro, anche se si erano separati da poco.
In realtà non vedeva l’ora di saperne di più su di lui, su come vivevano e su tutte le meraviglie che sospettava si trovassero sottoterra. La prudenza iniziale di una decina di giorni prima era ormai un ricordo lontano, sostituita dall’eccitazione e dall’entusiasmo.
Il terreno degradava dolcemente verso il basso, in una discesa dolce: l’ambiente era illuminato a giorno dai neon portati dai lavori di scavo, e intorno a loro si trovavano ponteggi e tubi, portati li per rinforzare la galleria. Proseguirono oltre, fino a una zona non più illuminata artificialmente ma da una specie di vegetazione luminosa che occupava l’intero soffitto: Zefiro si guardò intorno a bocca aperta, come i suoi colleghi, mentre le mantidi li guidavano con sicurezza ancora più in basso.
Finalmente, il capo plotone si fermò: davanti a loro la galleria terminava contro una parete di roccia, e nulla faceva sospettare che ci fosse altro. Zefiro si mosse a disagio, spostando il peso da un piede all’altro: era pur sempre un poliziotto e gli stop improvvisi nel nulla non gli piacevano per niente.
La mantide in cima alla delegazione disse qualcosa nella loro lingua sconosciuta, e dove prima c’era stata la roccia, ora si trovava un enorme salone dal pavimento in pietra, con pareti che sembravano una foresta e colonne avvitate come rami di viti. Il drappello proseguì, di sala in sala: tutto ciò che era stato costruito era un tutt’uno con gli elementi naturali, e al gruppo di umani non sembrava quasi di essere ancora sotto terra.
Dopo circa una decina di minuti, arrivarono in una sala ancora più grossa delle precedenti, dove si trovavano due enormi specchi d’acqua divisi da una sporgenza rocciosa su cui si trovava una panca anch’essa fatta di pietra. Lì, comodamente seduta e avvolta come sempre da veli che ne nascondevano completamente il corpo, li aspettava la Sibilla.
Il plotone di Mantidi si aprì in due, creando un corridoio per le autorità umane: quello che sembrava il capo li incoraggiò con un cenno della mano, bloccando però la strada a Zefiro e ai suoi tre colleghi.
“Non posso lasciarli andare da soli!” Protestò lui, cercando di superare il blocco.
“Crusìo te pa, sesse!” gli rispose. “nessuno può avvicinarsi alla riva della Sibilla senza il suo permesso, i tuoi signori sono perfettamente al sicuro. Prenditi questo tempo per rilassarti, ti chiameremo quando sarà ora.” E su quella parole, una nebbia si alzò, isolando i due specchi d’acqua dalla sua vista.
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