Lasciato solo, e senza Ostro in vista, Zefiro percorse nervosamente il perimetro dei due specchi d’acqua isolati dalla nebbia, cercando di pattugliare la zona e di vedere qualcosa oltre alla muraglia biancastra, senza riuscirci.
Al terzo giro, si fermò a contemplare la zona a braccia conserte, quando qualcosa gli tirò la gamba del pantalone, costringendolo a guardare in basso. Un ‘essere dai lineamenti paragonabili a quelli di un bambino raggrinzito gli stava strattonando il tessuto. Indossava una specie di palandrana nera e un berretto rosso. Era la prima volta che vedeva qualcosa di non esteticamente perfetto che provenisse da quel regno incantato e si chiese se ce ne fossero altre, di cose cosi.
“Chi…cosa…sei?” gli chiese Zefiro, a metà tra il sorpreso e l’orripilato.
“Son Guenillon, al suo servizio. Padron Ostro mi ha mandato da voi, seguitemi!”
“Ostro, delle mantidi? Dove si trova, perché non è venuto lui?”
“Che badagou! mi segua, invece di parlare.”
L’essere lo condusse per gallerie scavate nella roccia che ricordavano lo scheletro di un enorme pesce, con finestre che si aprivano tra le costole. Al di là di ciò che sembrava vetro, cortili incantati e un cielo azzurro che sicuramente doveva essere una illusione, perché si trovavano sottoterra. Forse.
Intorno a loro, il regno fatato nella sua quotidianità: c’era chi aveva ali da libellula, chi zampe di capra e chi i colori di una vespa. Vide quelle che sembravano due donne, dal colorito rossastro e con gambe lunghissime attaccate a un corpo affusolato, trasportare sulla schiena pacchi grandi due volto loro, accompagnate da altri esseri color ambra, con occhi neri e braccia più lunghe del normale.
A un certo punto, da una delle finestre, intravide nel cortile di sotto delle ragazze con lunghe gonne salire su quello che sembrava un enorme guscio di lumaca, tirato da una cosa metà gatto e metà serpente. Decise di non farsi troppe domande.
Guenillon si fermò davanti a una rientranza nel muro, in una zona molto più spoglia rispetto a ciò che aveva visto finora:
“Entrate, entrate!” Gli disse con quel suo accento cantilenante
Zefiro ubbidì, chinando lievemente la testa: entrò in una stanza dalle pareti di pietra, senza decorazioni. Una specie di amaca era appesa dall’altro lato rispetto a lui.
“Piace?” Gli sussurrò la voce di Ostro, che lo aspettava a braccia incrociate di fianco alla nicchia
Si volto verso il fatato: “è casa tua, questa? Non ti ho visto, tra la scorta della Sibilla!”
“Ho chiesto di starne fuori. Volevo passare del tempo con te, mostrarti il mio mondo” rispose Ostro, prendendolo per mano.
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