Le orecchie gli fischiavano terribilmente. Ogni parte del suo corpo doleva. Si alzò, a fatica, cercando di capire che cavolo fosse successo.
Una bomba, ecco che cosa era successo, cazzo! Si rese conto di aver scorso Matteo nel gruppo di umani che si erano avvicinati, ma di averlo perso di vista poco prima del botto: si guardò intorno, ma non vide nulla che potesse somigliargli, solo rovine e altra gente a terra, fatati compresi.
Quella fu ciò che lo colpì di più: di qualunque materiale fosse costituita la bomba, doveva aver fatto molto male ai fatati perché chi era ancora vivo si stava contorceva dal dolore, le mani sporche di sangue sugli occhi bruciati.
Un canto lo distrasse da quello scenario di morte: la figura velata, la Sibilla come ormai aveva imparato a chiamarla, avanzava seguita dalla sua corte, come sempre sorretta per una mano da uno dei suoi Duchi.
Era la prima volta che sentiva una musica del genere, eppure gli sembrava di conoscerla da sempre.
Una persona sola la cantava, ma sembrava ci fossero un coro di voci a intonare parole sconosciute.
Al suo passaggio, i feriti smettevano di agonizzare e si fermavano, finalmente in pace.
Si sorprese a guardare il corteo a bocca aperta, immobile, senza sapere che cosa fare, fino a che dalla fila non uscì Ostro e gli prese la mano come se fosse un bambino sperduto, portandolo con sé nella scia della Sibilla. Anche lui era ferito, ma non sembrava in modo grave.
Zefiro si riprese abbastanza da balbettare una domanda: “D- Dove stiamo andando?”
“A far l’Italia.”
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