Ebbene si: sono caduta in un buco nero. Letterario, non astronomico. L’ennesimo, oserei dire. Siccome le regole sono che se ci cado io dovete caderci anche voi, eccomi qui a diffondere il verbo, grazie alle preziose consulenze di Cloe di Padme e di Eva. Vi consiglio di seguirle tutte su Instagram perché vi apriranno mondi inaspettati.
Sono caduta con tutta me stessa dentro alle danmei, le novel cinesi famose in tutto il mondo e ormai arrivate anche in Italia grazie a una famosa casa editrice che sicuramente conoscete tutti e tutte. Ho però avuto modo di notare come questi libri siano ancora molto legati a una specifica “bolla” che li legge, quindi eccomi qui pronta per essere il vostro Caronte e accompagnarvi alla scoperta di quello che è a tutti gli effetti un genere di romanzi a sé.
Cominciamo dal contesto storico e geografico: le danmei nascono in Cina negli anni ’90 e possiamo considerarle quasi una risposta ai prodotti yaoi o boy’s love che arrivano dal Giappone, perlomeno agli albori del genere.
Così come la parola manga identica in maniera specifica un fumetto, con determinate caratteristiche strettamente connesse al suo luogo di provenienza, e quindi ci fornisce già delle informazioni sul media che consumeremo, la parola “danmei” indica le web novels, romanzi a puntate pubblicati su piattaforme specifiche (JJWXC e GZCP) che troviamo esclusivamente in Cina mainland. La provenienza è importante perché gli scrittori usano spesso riferimenti, citazioni e altro della letteratura classica cinese, oltre ad inserire elementi che derivano dal taoismo, confucianesimo e buddismo, inserite in ambientazioni più o meno fantasy a seconda del titolo che stiamo leggendo, e perché sono così intrise di cultura cinese che, spostate in un altro Stato, difficilmente funzionerebbero allo stesso modo.
Le piattaforme su cui vengono pubblicate le danmei sono considerabili degli editori a tutti gli effetti, con tanto di logo trade mark che viene ripreso anche sulle edizioni in traduzioni e, nonostante quello che si possa pensare, non è per nulla difficile accedervi. Qualunque cittadino cinese può scegliere di pubblicare una Danmei, e i lettori identificheranno l’opera tramite il sistema dei tag. Se non li avete mai incontrati sul vostro cammino, i”tag” sono un sistema per cui, tramite delle etichette o parole chiave, si mettono in evidenza gli argomenti principali ed eventuali contenuti problematici, per dare modo al lettore possa decidere da solo se leggere quell’opera o cercarne un’altra più adatta a lui. Difficilmente il libro uscirà tutto intero immediatamente, di solito sono serializzate con un nuovo capitolo a cadenza precisa (qualcuno anche ogni giorno) e la piattaforma di pubblicazione ne detiene tutti i diritti.
Non pensate però che siano cose che i cinesi trovano nel dark web o attraverso giri strani: è tutto alla luce del giorno, e pur pubblicando sotto pseudonimo molti autori hanno vinto premi e si sono mostrati senza alcun problema, e sono così diffuse e cosi amate che il costo dei diritti per poterle tradurre ha cifre decisamente importanti, specialmente nelle saghe lunghe e famose.
Sopra le abbiamo definite come “la risposta cinese allo yaoi Giapponese” e in effetti l’ aspetto fondamentale delle danmei è la presenza di una storia d’amore queer, tra due uomini. Nonostante questo, però non tutte queste opere possono essere definite dei romance: ci tengo a specificare questo aspetto perché negli adattamenti tv la storia d’amore viene fatta passare come una storia d’amicizia per via della censura cinese, e l’opera funziona comunque. Insomma qui vale il concetto: “l’amore è quella cosa che ti capita mentre sei impegnato a vivere la tua vita” dove per vivere la tua vita intendiamo cercare di non morire, salvare la tua nazione, cercare di non morire per una seconda volta o, spesso, tutte e tre le cose insieme.
Dopo questo doveroso cappello introduttivo, eccomi a fare due parole sui due titoli che ho letto fino ad oggi: Mo Dao Zu Shi, e Sha Po Lang.
Sono due opere completamente diverse tra loro, a testimonianza della enorme varietà di prodotti che potete trovare sotto l’etichetta “danmei”: Mo Dao Zu Shi è un low fantasy, dal sistema magico e world building molto semplice ed è forse una delle opere migliori con cui appassionarsi a questo mondo e conoscere meglio la cultura cinese. Genocidio, famiglia, intrighi di potere tra le diverse sette, insieme ad una scia di omicidi ci porteranno in un viaggio nel tempo tra gli eventi ambientati nel presente narrativo e ciò che era successo tredici anni prima. Nel caso non ve la sentiste di leggere l’opera, trovate anche il manwhaa e l’adattamento drama in live-action. Rispetto al libro il drama non ha contenuti espliciti, ma The Untamed – la serie tratta dal libro – ha letteralmente sbancato in Cina, diventando nel 2021 una delle serie tv più guardate su Tencent. E su una popolazione di oltre un miliardo di persone mi sembra un ottimo risultato.
Per quanto riguarda invece Sha Po Lang, abbiamo un world building sicuramente più complesso rispetto a Mo Dao Zu Shi, perché ha un sotto-testo politico e abbiamo a che fare con l’ Impero Cinese, le tribù di barbari, e gli Occidentali.
Ognuna di queste potenze ha un suo ruolo, e quello degli Occidentali è di mettere le mani sulle gemme viola che, trasformate in carburante, alimentano armature, armi, carrozze, e automi vari. Personalmente, il mix tra steampunk e Cina tradizionale mi ha esaltato tantissimo, tanto da accendere candele per un eventuale adattamento animato. Sul drama ho perso le speranze, perché l’hanno iniziato a girare nel 2020 e ancora non si sa se mai vedrà la luce. Nel caso questo accada, il mio portafoglio sarà spacciato.
Entrambe le opere sono uscite in Italia con un grosso editore, ma personalmente non mi sento di raccomandarne la loro lettura nella nostra lingua: molti riferimenti alla letteratura cinese, e alla cultura stessa sono stati tagliati, scegliendo volutamente di semplificare queste opere per renderle più adatte a un pubblico giovanile. Se in un manga giapponese tradotto in italiano termini come “senpai” o “sensei” vengono lasciati con relativo asterisco e traduzione, perché gli equivalenti in cinese devono essere tradotti? Perché inventare un rapporto di parentela di sangue (che non esiste nella storia, e che è centrale per lo sviluppo della trama e dei suoi personaggi) dove non c’è, usando il termine “fratellastro” ? I due personaggi in questione si chiamano in un determinato modo per un motivo ben preciso (spoiler) e sì, cambiare le carte in tavola cambia la trama.
Esiste un patto, tra scrive (e chi traduce) e chi legge: se mi offri un’opera per quello che non è, se la riscrivi adattandola a un pubblico più giovane, tagliandone metà di ciò che la rende così unica e cercando di vendere la trama come una semplice storia d’amore quando in realtà si parla di guerra tra clan e genocidi, allora il problema sei tu.
Vi aspetto prossimamente per altre opinioni pacate e buchi neri letterari, nel frattempo mi potete trovare su instagram a sproloquiare nelle stories degli acquisti del Salone del Libro di quest’anno.

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