I mercanti di Borgomago é la seconda trilogia di Robin Hobb a cui mi approccio, dopo aver letto e amato la trilogia dei lungavista lo scorso anno.
Difficilmente recensisco qui i grandi nomi del fantasy come può essere Robin Hobb : mi chiedo sempre se ne valga la pena, vista la sua enorme fama, di scrivere su un piccolo blog come questo dei suoi libri; é anche vero, però, che io scrivo dall’ Italia e nel nostro paese il fantasy non è mai abbastanza conosciuto, a maggior ragione se scritto da una donna.
Ma torniamo ai libri: la trilogia dei mercanti di Borgomago, come la trilogia dei lungavista, si prende il suo tempo per svilupparsi e catturarci tra le sue spire per non lasciaci più andare. Robin Hobb scrive saghe paragonabili a sinfonie, e si prende tutto il tempo necessario per mettere i pezzi sulla scacchiera e farli combaciare nel modo giusto per farvi urlare un “come ho fatto a non vederlo prima?” Davanti all’ennesimo risvolto di trama inaspettato eppure logico, sensato e indispensabile.
Composta da “La nave della Magia”, “La nave della pazzia” e “La nave del Destino” gli eventi dei libri ci portano tra i mercanti di Borgomago, nelle Giungle della Pioggia dalle acque acide e tra i pirati, e poi ancora più giù, fino a Chalced e a Jamaillia, ben lontani del Regno dei Sei Ducati che abbiamo conosciuto nella prima trilogia, circa dieci anni dopo che si è conclusa la guerra delle Navi Rosse. Non ci sarà Fitz Chevalier ma altri personaggi, tra cui il motore di tutte le azioni, la famiglia Vestrit e il loro veliero vivente Vivacia. La storia inizia con il risveglio della nave (o forse meglio dire della sua polena) e una disputa familiare sorge immediatamente su chi la debba condurre, se Althea, la figlia minore del ahimé defunto Capitano Vestrit o il genero Kyle Haven, che è entrato in famiglia grazie al suo matrimonio con Keffria, la sorella maggiore di Althea.
Il resto della famiglia è composto da Ronica, capofamiglia determinata a non farsi abbattere da niente (sono membro ufficiale del suo fan club, se serve ho le magliette dedicate) , e i nipoti, i figlia di Keffria e Kyle: Malta, Wintrow e Seldon, la nuova generazione dei Mercanti che pare così lontana dai vecchi e dalle usanze tipiche, da chiedersi se combineranno mai qualcosa di buono, tra tutti e tre. Come ho detto sopra, i libri di Robin sono delle sinfonie e sicuramente lo sbaglio più grande che si può commettere è sottovalutare anche solo l’importanza di un personaggio, qualunque esso sia.
Oltre ai Vestrit, e a Kyle Haven, gli altri comprimari sono Brashen Trell, figlio ripudiato dalla sua ricca famiglia di mercanti e marinaio alla deriva, Kennit il pirata, consumato dai suoi sogni, e forse il mio preferito tra i personaggi maschili nonostante tutto, e Reyn, mercante e archeologo delle Giungle delle Pioggie, innamorato di Malta e sognatore di draghi. E poi c’è Etta, prima prostituta e poi pirata, donna del capitano e tante cose insieme, a dimostrazione che un buon personaggio contiene sempre, sempre moltitudini. Manca ancora una persona, in questo elenco di partecipanti, ma preferisco non rivelarla per evitare spoiler troppo grossi. Rimane sempre la mia preferita tra i preferiti, che sia bene chiaro.
A chiudere il cerchio dei protagonisti, le navi viventi sopra, scolpite nel legno magico e con polene dalla forte personalità che parlano, giocano a carte e minacciano chiunque non apprezzino, e i serpenti di mare sotto, che nuotano nell’Abbondanza, cercando di non dimenticare chi sono e quale sia la loro missione.
Robin Hobb ci porta a bordo di queste navi, dai magazzini di Borgomago fino alle Giungle della Pioggia, passando per le isole dei pirati battenti barriera del corvo fino a Chalced, dove si trova il mercato degli schiavi,e a Jamaillia, con il Satrapo Cosgo a governare il mondo, e ci parla di tante, tantissime cose: parla di religione e spiritualità, attraverso il percorso di Wintrow che vuole diventare sacerdote, ci parla della schiavitù e di appartenenza, e ci parla del sapere chi siamo, dell’avere bene chiaro quale sia il nostro cuore segreto. Ci parla della condizione femminile, di razzismo, di disastri ecologici e ancora di molto altro, tanto che qualunque scrittore meno bravo di lei sia sarebbe già perso nel dipanare questa matassa, e invece Robin riesce ad estrarne una tela tessuta alla perfezione, che tiene tutti in equilibrio senza perdere niente.
In base a quello che succede nel romanzo, ognuno sarà chiamato a compiere delle scelte e tutti potranno migliorare o peggiorare, dimostrandoci che il “character development” è una scala, su cui si può scendere o salire, esattamente come capita nella vita reale.
Qualcuno migliorerà, qualcuno prima cade e poi risale, mentre qualcuno inizia a scavare dal fondo, e forse solo un (o una?) personaggio rimane del tutto immutabile, in quanto il centro degli eventi che si sono scatenati. Ma sarà davvero così?
Tra i tanti temi trattati, dalla religione alla schiavitù alla paura del diverso e dell’altro, ho pensato di dedicare due righe in più alle donne della saga, al loro modo di essere donna e come ognuna vive la propria femminilità, perché a fianco di figure più “tradizionali” come Keffria e Rodica, che aspettano i mariti al porto gestendo gli affari di casa mentre i maschi fanno affari per mare, troviamo un’Althea, che rivendica il suo essere donna e marinaio allo stesso tempo (sulle Navi Viventi, ma in generale in questa cultura le donne marinaio sono poche e mal viste) e Malta, che cerca la sua strada tra balli, ricevimenti e spasimanti ma si troverà a fare i conti con la guerra, e molto altro, e c’è Etta, prima puttana e poi piratessa ed eccellente marinaia, coraggiosa al punto di affrontare la sua paura del ridicolo per imparare a leggere e scrivere.
E poi si sono i velieri viventi, Ophelia e Vivacia in primis: anche loro donne, con la propria personalità e con il loro modo di essere quello che sono. Donna matura la prima, giovane e desiderosa di appartenere a qualcuno la seconda, completano il panorama delle figure femminili nel romanzo, regalandoci mille modi di essere donna, senza che un sia più giusto dell’altro, e senza giudizi morali sulle azioni di ciascuna di loro.
Se c’è un errore, forse, è solo nel lasciarsi comandare dagli altri, senza osare alzare la testa per il timore delle conseguenze, ma anche questo viene trattato con una delicatezza tale da non avere mai un tono giudicante o accusatorio, ma anzi, viene accolto e discusso a fondo, seguendo i flussi dei pensieri delle nostre eroine e delle loro situazioni.
I diversi caratteri e modi di vivere porteranno a conflitti? Certo, e in alcuni casi non saranno mai del tutto sanabili, perché i punti di vista sono troppo lontani, ma così è la vita, con le sue mille sfumature mai uguali tra loro.
Quindi cosa aspettarsi, davvero, da questi libri?
Sicuramente una quantità spropositata di emozioni non richieste, e poi si, velieri viventi, battaglie navali tra pirati e mercanti e anche una giusta dose di drammi familiari, oltre a branchi di serpenti marini (a cui vi consiglio di prestare attenzione perché rappresentano ciò che è la gallina per il dinosauro).
Non so se queste mie parole vi convinceranno a leggere la trilogia dei Mercanti di Borgomago, ma spero di sì, e che possiate dare una chance a Robin Hobb, perché se la merita tutta. Personalmente ho intenzione di proseguire con la Trilogia dell’Uomo Ambrato appena mi sarà possibile, e non esiterò a parlarne con voi qui e su qualunque altro mio mezzo di comunicazione!
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